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Alberto Sordi e il suo doppio

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Cominciamo con gli aneddoti che Tatti Sanguineti ha messo in ordine alfabetico nel secondo capitolo del suo bellissimo libro su Rodolfo Sonego («Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema», Adelphi, 26 euro). Facciamo una cosa semplice:  cominciamo dall’inizio – lasciando stare per ora Andreotti (ne parleremo poi) – con Laura Antonelli, recentemente scomparsa. Sonego – l’altra metà di Alberto Sordi, il suo sceneggiatore di fiducia, il suo doppio, il «cervello» del grande attore per usare la metafora di Sanguineti – la conosce giovanissima, a 17 anni, e la prima cosa che lei gli dice è «no me piase. No me interesa». Sonego e i suoi amici si sforzano di farle fare i provini, ma i «no me piase» si moltiplicano. Alla fine – lei è di una bellezza che toglie il fiato – la carriera decolla e dopo «Moglieamante» la cercano gli americani – Sam Cohen, una leggenda detto «Mr Five Calls» per il numero massimo di telefonata con cui risolveva qualunque problema – per un contratto a Hollywood. Ma la risposta della Antonelli è sempre la stessa «No me interesa». Sonego cerca di farla ragionare, ma non c’è nulla da fare. La ritrova nel pieno della bufera Belmondo – il rapporto con il popolare attore francese è a base di sesso, sregolatezza e botte – e anche stavolta cerca di aiutarla. Ma lei, piena di lividi, lo ferma con una straziante confessione, detta con tutta la leggerezza possibile: «Senti Rodolfo, tu devi tener conto che io sono pazza».

Se non basta questo c’è l’incontro con Silvio Berlusconi che lo paga per una consulenza che non si tradurrà mai in pratica, ma che verrà regolarmente pagata. Con il Cavaliere Sonego prova una «sensazione di fastidio agli occhi come quando hai davanti un vetro doppio o vedi un immagine sfalsata». Lo stesso gli era accaduto con Alighiero Noschese, il re degli imitatori dell’era del monopolio Rai: «Pensai che non avrei saputo disegnarlo […] era senza faccia, o meglio era una faccia che diventava troppo facilmente un’altra faccia». Il Cav, poi, gli sembra rifatto come una vecchia signora: «Ma lui era giovane, era un uomo di forse neanche 50 anni». Insomma lo avrete capito: ogni aneddoto è una piccola sceneggiatura.

E ci sono tutti  da Dino de Laurentis a Michelangelo Antonioni (considerato un fotografo); da Brigitte Bardot a Luchino Visconti (visto come uno scenografo). E poi naturalmente Alberto Sordi. Con lui le metafore animali si sprecano («E’ un’entità biologica purissima. E’ un animale selvaggio, un animale del bosco che ci vede anche di notte: una civetta, un falco oppure un cobra»). In sintesi è l’attore che ha l’umiltà di mettersi al servizio del personaggio, ma che, alla fine lo svuota, lo distrugge, ne succhia il midollo e lo abita, rendendolo inevitabilmente «sordiano». Forse è proprio questo aspetto violentemente magico, eppure razionale (Albertone non lascia nulla al caso, con una buona sceneggiatura non improvvisa)  che spiega il sodalizio tra Sordi – attore che «non ha limiti», ma che non legge, non scrive («manco una cartolina») e ha grettezze e avarizie ormai leggendarie  – e Sonego, ex capo partigiano, ottimo pittore, grande sceneggiatore  che vive nella sua ombra (nascosto «sotto il tavolino», secondo la bellissima immagine di Furio Scarpelli).

E che dire di Andreotti, il censore odiato da tutti i cineasti di sinistra italiani? Secondo Sonego alla fine è proprio lui – e anche qui il ritratto è magistrale con un Andreotti che lascia di stucco i dirigenti dell’Istituto dermatologico dell’Immacolata per parlare con lo sceneggiatore  solo di Catherine Spaak – ad aver fatto diventare grande il cinema italiano: «Alla fine ha ucciso 5 film, ma ne ha fatto fare 5.000».

Resta da dire della grande capacità di Tatti Sanguineti di costruire il libro stando anche lui, nonostante usi sempre la prima persona, «sotto il tavolino», facendo parlare Sonego, andando a prendere le sue parole in interviste e libri scritti da altri, andando a caccia dei film a cui Sonego ha preso parte, a volte solo firmando il soggetto o facendo consulenze, con un’acribia che è qualcosa più che filologia, ma è ossessione cinefila e alla fine un atto d’amore per un grande appartato che ha fatto grande il cinema italiano. E’ probabile che Sanguineti abbia una scheda anche per i film che Sonego ha solo sognato. E allora la dedica del libro a Claudio G. Fava (condivisa con il grande sceneggiatore Luciano Vincenzoni, quello della «trilogia del dollaro» di Sergio Leone, per capirsi) nume tutelare dei cinefili liguri e di quelli che hanno cominciato ad amare il cinema grazie alle sue rassegne sui canali della Rai, è l’ennesimo atto d’amore per quell’ossessione che si chiama cinema.

Gazzetta di Parma del 9 agosto 2015