False-Flash-Girl

Lance Ulanoff, un giornalista di Mashable, ha dato uno sguardo, grazie ai Google’s archives –  alle altre notizie riportate dai giornali  nei giorni dello sbarco in Normandia. E ha scoperto che, in un titolino a due colonne nelle pagine interne, viene raccontata anche la storia della dattilografa inglese dell’Ap di Londra che, per un errore, mandò in rete la notizia dell’invasione che non era ancora avvenuta.

A so-called “False Flash Girl,” based in London, had to publicly apologize to America for inadvertently sending news of the Allied invasion across AP wires before it actually happened. “I was just practicing for invasion day,” she told the AP. “I knew they would want me to be quick with the message then.” The story continues:

“I thought if I typed it out on a machine beforehand I would not be so nervous about it when the real message came, so I typed what the message would read like.” “I was operating the teleprinter machine where you punch out tape which has to run through another machine before it goes through to New York. I had intended to tear the test message off the tape.”

She didn’t and when another real and urgent message came through, she forgot about the test message and sent it through with the real one. The young woman was devastated and, it seemed, out of a job. “Well, they hinted that they didn’t want me around anymore,” she told the reporter.

Questo per dire dei pericoli della dittatura dell’istante e degli account delle agenzie sui sociali network.

Poi c’è la prima pagina del Washington Post del 6 giugno. La cosa divertente è che, nella cartina,  le direttrici dell’invasione sono quelle che i tedeschi si aspettavano e non quelle vere. Lo sbarco non fu nella zona di Calais come sembra dalla cartina, ma tra Carentan e Caen come correttamente riportato nell’articolo.

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Mashable, Washington Post

Quando ti chiami Arthur come tuo padre  solo che, a parte il Jr al posto del Sr, c’è anche un minimo cambio di vocale nel tuo soprannome che dice tutto – lui lo chiamavano Punch, tu sei chiamato Pinch – la tua strada è decisamente in salita anche se sei nato con in bocca un cucchiaio d’argento e  per diritto di nascita sei il proprietario del New York Times. E’ dura essere Arthur Ochs Sulzberger Jr. Molto dura. Però a volte il figlio di Arthur Ochs Sulzberger Sr. ci mette del suo.

Solo pochi anni fa è riuscito a rendere drammaticissima la già drammatica vicenda delle dimissioni di Howell Raines – il grande direttore dei Pulitzer per l’Undici Settembre – scivolato sulla buccia di banana degli articoli plagiati di Jayson Blair (la storia, bellissima, è raccontanta benissimo da Seth Mnoonkin in Hard News). Ieri, però,  Pinch ha fatto il suo capolavoro: ha licenziato Jill Abramson, la prima direttrice donna del NYT. E lo ha fatto in modo drammatico. Di solito nelle stanze della Old Gray Lady non si licenzia un direttore. Ci si limita a ottenere le sue dimissioni e tutto finisce con un bel discorso del morituro – in questo caso della moritura – alla redazione. Ma ieri non è andata così. Il discorso lo ha fatto il fido maestro sostituto, cioè il numero due della  Abramson, Dean Baquet, che è stato nominato direttore. Per quanto ancora non si sa.

Così il povero Pinch si è trovato la redazione choccata e sono cominciati gli articoli non proprio benevoli sui motivi del licenziamento.  Ken Auletta  – uno dei giornalisti più importanti degli Stati Uniti nel campo dei media – sul New Yorker, per esempio suggerisce che la frattura tra Abramson e  i piani alti del giornale sia nata dal fatto che lei si era accorta di essere pagata molto meno del direttore precedente, Bill Keller, un decano, è vero, ma soprattutto un maschio.  Di qui le lamentere e l’accusa di essere troppo “pushy” e “emotiva”.

In più – è sempre Auletta che parla - c’erano problemi con il Ceo  Mark Thompson sulla storia del “native advertising”,cioè sui pezzi scritti dallo staff del NYT, ma “sponsorizzati” dalle aziende. Ricostruzioni confermate anche da  David Folkenflik, il media reporter della NPR.  Altri contrasti – pare – siano nati per il tentativo di assunzione di un’altra donna da parte della Abramson: si tratta di Janine Gibson, la capa dell’edizione US del Guardian. Un tentativo non andato a buon fine. E un’altra stilla di comportamento sessista. Infine  la gestione della Abramson anche dal punto di vista del business è stata un successo.

Insomma un bel disastro d’immagine per Sulzberger Jr. Solo che a Sulzberger Jr. non c’è rimedio.  “E’ il capitalismo, Bellezza! – direbbe Thomas Piketty – E tu non puoi farci niente. Proprio niente”.

Wikipedia, New Yorker, Vox, Guardian, paferrobyday

 

Oggi esce “No Place to Hide”, il libro di Glenn Greenwald  sul caso Snowden. E arriva subito  – caso più unico che raro, manco fosse una serie tv – anche la traduzione italiana,  grazie alla Rizzoli. Nella recensione – decisamente positiva – che appare oggi sul NYT  Michiko Kakutani nota come lo stesso Greenwald, in un primo tempo, non avesse capito il valore dei documenti di Snowden e come la pigrizia del giornalista-attivista e la poca voglia di installare un programma di cifratura – PGP – abbia ritardato la divulgazione dei documenti sottratti da Snowden alla NSA.  D’altronde anch’io avrei qualche problema a considerare credibile l’e-mail di uno che si firma Cincinnato. Per fortuna poi ci ha pensato Laura Poitras.

In the course of this book, Mr. Greenwald describes how he received his first communication from Mr. Snowden on Dec. 1, 2012, though he had no idea who it was from. The email came from someone calling himself Cincinnatus and urged Mr. Greenwald to begin using PGP encryption so that Cincinnatus could communicate with him securely. Busy with other projects, Mr. Greenwald procrastinated about installing the encryption program, and Mr. Snowden was only able to make contact with him months later, through Ms. Poitras.  According to Mr. Greenwald, Mr. Snowden would later describe his frustration: “Here am I ready to risk my liberty, perhaps even my life, to hand this guy thousands of Top Secret documents from the nation’s most secretive agency — a leak that will produce dozens if not hundreds of huge journalistic scoops. And he can’t even be bothered to install an encryption program.”

New York Times, Amazon, IBS

Ci fu un dramma incredibile la volta in cui pubblicammo il disegno di un bue con indicate le varie parti da mangiare. [Giulia Maria Crespi] mi chiamò: “Ma sei impazzito? Un bue sulla prima pagina del Corriere?”.

Intervista di Silvia Truzzi a Piero Ottone in occasione dell’uscita di Novanta. (Quasi) un secolo per chiedersi chi siamo e dove andiamo noi italiani, il suo ultimo libro. Il povero bue  non era  fit to print per Giulia Maria.

il Fatto Quotidiano

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La copertina dell’ultimo  Rolling Stone (USA) con una foto di Dzhokhar Tsarnaev, il giovane coinvolto nell’attentato alla maratona di Boston, sta causando parecchie polemiche (“Bella stronzata”, la definisce Christian Rocca su Camillo). Le accuse sono quelle di rendere “glamour” un terrorista spietato. Peccato che, come nota Eric Wemple nel suo bel blog sul Washington Post, la stessa foto sia stata messa in prima pagina anche dal New York Times nei giorni successivi al massacro non suscitando uno iota dello sdegno che sta provocando ora. Sarà che le copertine non sono tutte uguali e che,  quando arrivi su quella di Rolling Stone, diventi per forza una rock star.

Rolling Stone, Camillo, New York Times, Erik Wemple