La cosa divertente della lunga lettera scritta a Reset da Giorgio Napolitano è il suo  aggrapparsi a modelli che erano già vecchi nel secolo breve. Ritrovarsi nella lezione liberale di Luigi Einaudi – considerando l’epoca dei partiti di massa e del suffragio universale  una breve parentesi storica – fa abbastanza impressione.

Seguendo la teoria economica delineata dal presidente, poi, anche la timida politica industriale delineata da Romano Prodi sembra un esempio da manuale di pericoloso comunismo.

Sembra quasi che, con l’avanzare degli anni, Napolitano sia rimasto in quota Amendola, passando però da Giorgio a Giovanni. E tutto in nome del riformismo. Ora mi aspetto un’apologia della noblesse de robe per il discorso di fine anno, in modo da superare anche quell’inganno chiamato democrazia.

Reset, paferrobyday

ps. Una cosa di Einaudi manca, però, a Napolitano. La concisione stilistica. La lettera dell’attuale presidente equivale più o meno all’intera produzione  intellettuale del vecchio presidente. E, naturalmente, Napolitano non possiede una tenuta nelle terre del Barolo per contemplare i fatti del mondo. Ma, non essendo più marxista, è probabile che pensi che non ce ne sia bisogno per avere una visione liberale del mondo.