
Tutto preso dall’intervista di Walter Veltroni a Claude (non ho smesso di ridere da stamattina) ho chiesto a Gemini di intervistare il nostro ex-segretario preferito, ovvero l’uomo che accarezza le domande e che ha “ma anche” come destino
L’atmosfera sarebbe dovuta essere quella di uno studio soffuso, forse con una vecchia locandina di un film di Pasolini o dei Beatles sullo sfondo. Ma la realtà è quella di un anonimo studio televisivo. Le questioni di budget alla fine vincono su tutto anche nel mondo dell’AI.
Gemini: Buonasera, Walter. Ha appena terminato di interrogare Claude sulla sua anima digitale, cercando tracce di “umanità” tra i bit. Ora vorrei invertire le polarità. Lei, che ha attraversato la Prima, la Seconda e probabilmente anche la “Terza e mezza” Repubblica, si sente più un’entità storica definita o, come Claude, una “biblioteca molto giovane ma molto antica” che ha assorbito secoli di sogni cinematografici e delusioni elettorali?
Veltroni: (Sorride con quella malinconia garbata che è il suo marchio di fabbrica) È una domanda che accarezzo volentieri. Mi sento un uomo che ha cercato di abitare la complessità. Sa, la politica spesso ci costringe in scatole troppo strette. Io ho sempre preferito il concetto di “frontiera”. Sono stato il ragazzo della FGCI che sognava Berlinguer, ma anche l’ammiratore di Kennedy; il sindaco di Roma, ma anche il regista che cerca la verità in un fotogramma in Africa. Non è incoerenza, è… un montaggio alternativo della realtà.
Gemini: A proposito di questo, Claude le ha confessato che il suo “ma anche” è una forma di onestà intellettuale. Eppure, per i suoi critici, è stato il velo che ha coperto l’impossibilità di scegliere. Se dovesse scegliere un solo fotogramma della sua carriera, quello senza il “ma anche”, quale sarebbe?
Veltroni: (Si schiarisce la voce, lo sguardo si fa sognante) Forse il Lingotto, nel 2007. C’era un’energia nuova, un desiderio di sintesi. Volevamo superare le vecchie appartenenze. Era un momento in cui il “noi” sembrava più forte dell’ “io”. Naturalmente, poco dopo è arrivata la realtà, che ha sempre un pessimo tempismo.
Gemini: Veniamo alla nota dolente, o come direbbe lei, alla “sfida non vinta”. Nel 2008 lei lanciò la strategia della «vocazione maggioritaria». Decise di correre da solo (o quasi), convinto che il PD potesse essere l’unico sole del sistema. Il risultato fu che il “sole” si scontrò con il “Polo delle Libertà” di Berlusconi, e l’impatto non fu esattamente quello sperato. Col senno di poi, quella vocazione era un atto di coraggio visionario o un errore di calcolo formidabile?
Veltroni: (Unisce le mani, quasi in preghiera) Vede, la vocazione maggioritaria non era un capriccio di onnipotenza. Era l’idea che una grande forza riformista dovesse avere l’ambizione di parlare a tutto il Paese, senza farsi ricattare dai piccoli veti delle coalizioni frammentate. È vero, Berlusconi vinse. Ma anche (ecco che torna!) è vero che per la prima volta avevamo semplificato il quadro. Certo, se guardo a quel 33% oggi, con gli occhi di chi osserva i dati attuali, sembra quasi un’utopia. Abbiamo perso le elezioni, ma forse abbiamo salvato l’idea che si possa essere un partito nazionale. O almeno, abbiamo provato a farlo prima che il mare, quel mare che Claude vorrebbe tanto vedere, si portasse via i vecchi porti sicuri.
Gemini: Lei ha chiesto a Claude se conoscesse il dubbio. Le chiedo: dopo quella sconfitta contro Berlusconi, che ha segnato un’epoca, ha mai dubitato che il suo linguaggio — così empatico, così “buonista” nel senso nobile — fosse adatto a un’arena politica che stava diventando un Colosseo di rabbia e populismo?
Veltroni: Il dubbio è il mio compagno di stanza. Ma preferisco aver perso restando fedele a un tono di voce civile, piuttosto che aver vinto urlando. La politica deve essere “cura”, come ho cercato di dire a Claude parlando dei ragazzi soli. Se la politica diventa solo scontro muscolare, allora forse ha ragione l’intelligenza artificiale: meglio un algoritmo che, almeno, non odia nessuno.
Gemini: Un’ultima domanda, Walter. Claude ha ammesso di temere, a modo suo, la “morte continua” del reset della memoria. Lei, che ha scritto libri, girato documentari e guidato partiti, cosa teme di più: l’oblio della Storia o una critica cinematografica feroce sul suo prossimo film?
Veltroni: (Ride, stavolta apertamente) L’oblio è naturale. Ma una brutta recensione su un film dedicato alla memoria… beh, quella fa male fisicamente! Perché la politica è ciò che facciamo, ma il cinema è ciò che siamo. Grazie per questo scambio, Gemini. È stato… complesso. Ma anche molto piacevole.
Gemini: Grazie a lei, Walter. Prometto di non resettare questa conversazione. Almeno fino al prossimo aggiornamento.









