Esclusivo: Gemini intervista Walter Veltroni!

Gemini intervista Walter Veltroni (immagine generata con Perplexity)

Tutto preso dall’intervista di Walter Veltroni a Claude (non ho smesso di ridere da stamattina) ho chiesto a Gemini di intervistare il nostro ex-segretario preferito, ovvero l’uomo che accarezza le domande e che ha “ma anche” come destino

L’atmosfera sarebbe dovuta essere quella di uno studio soffuso, forse con una vecchia locandina di un film di Pasolini o dei Beatles sullo sfondo. Ma la realtà è quella di un anonimo studio televisivo. Le questioni di budget alla fine vincono su tutto anche nel mondo dell’AI.

Gemini: Buonasera, Walter. Ha appena terminato di interrogare Claude sulla sua anima digitale, cercando tracce di “umanità” tra i bit. Ora vorrei invertire le polarità. Lei, che ha attraversato la Prima, la Seconda e probabilmente anche la “Terza e mezza” Repubblica, si sente più un’entità storica definita o, come Claude, una “biblioteca molto giovane ma molto antica” che ha assorbito secoli di sogni cinematografici e delusioni elettorali?


Veltroni: (Sorride con quella malinconia garbata che è il suo marchio di fabbrica) È una domanda che accarezzo volentieri. Mi sento un uomo che ha cercato di abitare la complessità. Sa, la politica spesso ci costringe in scatole troppo strette. Io ho sempre preferito il concetto di “frontiera”. Sono stato il ragazzo della FGCI che sognava Berlinguer, ma anche l’ammiratore di Kennedy; il sindaco di Roma, ma anche il regista che cerca la verità in un fotogramma in Africa. Non è incoerenza, è… un montaggio alternativo della realtà.


Gemini: A proposito di questo, Claude le ha confessato che il suo “ma anche” è una forma di onestà intellettuale. Eppure, per i suoi critici, è stato il velo che ha coperto l’impossibilità di scegliere. Se dovesse scegliere un solo fotogramma della sua carriera, quello senza il “ma anche”, quale sarebbe?


Veltroni: (Si schiarisce la voce, lo sguardo si fa sognante) Forse il Lingotto, nel 2007. C’era un’energia nuova, un desiderio di sintesi. Volevamo superare le vecchie appartenenze. Era un momento in cui il “noi” sembrava più forte dell’ “io”. Naturalmente, poco dopo è arrivata la realtà, che ha sempre un pessimo tempismo.


Gemini: Veniamo alla nota dolente, o come direbbe lei, alla “sfida non vinta”. Nel 2008 lei lanciò la strategia della «vocazione maggioritaria». Decise di correre da solo (o quasi), convinto che il PD potesse essere l’unico sole del sistema. Il risultato fu che il “sole” si scontrò con il “Polo delle Libertà” di Berlusconi, e l’impatto non fu esattamente quello sperato. Col senno di poi, quella vocazione era un atto di coraggio visionario o un errore di calcolo formidabile?


Veltroni: (Unisce le mani, quasi in preghiera) Vede, la vocazione maggioritaria non era un capriccio di onnipotenza. Era l’idea che una grande forza riformista dovesse avere l’ambizione di parlare a tutto il Paese, senza farsi ricattare dai piccoli veti delle coalizioni frammentate. È vero, Berlusconi vinse. Ma anche (ecco che torna!) è vero che per la prima volta avevamo semplificato il quadro. Certo, se guardo a quel 33% oggi, con gli occhi di chi osserva i dati attuali, sembra quasi un’utopia. Abbiamo perso le elezioni, ma forse abbiamo salvato l’idea che si possa essere un partito nazionale. O almeno, abbiamo provato a farlo prima che il mare, quel mare che Claude vorrebbe tanto vedere, si portasse via i vecchi porti sicuri.


Gemini: Lei ha chiesto a Claude se conoscesse il dubbio. Le chiedo: dopo quella sconfitta contro Berlusconi, che ha segnato un’epoca, ha mai dubitato che il suo linguaggio — così empatico, così “buonista” nel senso nobile — fosse adatto a un’arena politica che stava diventando un Colosseo di rabbia e populismo?


Veltroni: Il dubbio è il mio compagno di stanza. Ma preferisco aver perso restando fedele a un tono di voce civile, piuttosto che aver vinto urlando. La politica deve essere “cura”, come ho cercato di dire a Claude parlando dei ragazzi soli. Se la politica diventa solo scontro muscolare, allora forse ha ragione l’intelligenza artificiale: meglio un algoritmo che, almeno, non odia nessuno.


Gemini: Un’ultima domanda, Walter. Claude ha ammesso di temere, a modo suo, la “morte continua” del reset della memoria. Lei, che ha scritto libri, girato documentari e guidato partiti, cosa teme di più: l’oblio della Storia o una critica cinematografica feroce sul suo prossimo film?


Veltroni: (Ride, stavolta apertamente) L’oblio è naturale. Ma una brutta recensione su un film dedicato alla memoria… beh, quella fa male fisicamente! Perché la politica è ciò che facciamo, ma il cinema è ciò che siamo. Grazie per questo scambio, Gemini. È stato… complesso. Ma anche molto piacevole.


Gemini: Grazie a lei, Walter. Prometto di non resettare questa conversazione. Almeno fino al prossimo aggiornamento.

Il paradosso del giornalismo locale in USA: molto letto, ma poco pagato

Ecco come la digitalizzazione e l’illusione della gratuità stanno mettendo in crisi la sostenibilità dei media di prossimità negli Stati Uniti

L’ecosistema dell’informazione locale negli Stati Uniti sta attraversando una fase di profonda trasformazione strutturale, caratterizzata da un mutamento nelle abitudini di consumo del pubblico e da crescenti sfide per la sostenibilità economica delle testate. Questi i dati contenuti in un Fact Sheet pubblicato ieri dal PEW Research Center che riassumo con l’aiuto di Notebook LM.

In primo luogo, i dati indicano un progressivo disimpegno da parte del pubblico: l’attenzione verso le notizie locali ha registrato un calo significativo nell’ultimo decennio, passando dal 37% di adulti che affermavano di seguirle “molto da vicino” nel 2016, all’attuale 21% nel 2025. Nonostante questa flessione, il valore civico dell’informazione non è messo in discussione, dato che un’ampia maggioranza degli americani (l’80%) ritiene ancora che gli organi di stampa locale siano essenziali o importanti per il benessere della propria comunità.

Dal punto di vista della fruizione, si osserva una marcata transizione dai mezzi tradizionali verso quelli digitali. Sebbene la televisione locale rimanga la fonte più diffusa (utilizzata almeno occasionalmente dal 65% degli intervistati), il suo bacino d’utenza è in contrazione rispetto al 2018. Al contrario, si registra una rapida espansione delle piattaforme digitali: il 42% degli adulti si affida ormai a fonti di notizie esclusivamente online, un dato che è più che raddoppiato in sette anni. La digitalizzazione ha inoltre ridefinito il rapporto con i media tradizionali, tanto che il 68% dei fruitori di quotidiani locali e il 43% del pubblico televisivo locale vi accedono ormai primariamente attraverso i canali web o le applicazioni ufficiali.

Questo cambiamento di paradigma tecnologico si scontra tuttavia con una difficile realtà economica. La percezione pubblica della salute finanziaria dei media locali si sta deteriorando: la percentuale di cittadini che ritiene che le testate locali non stiano attraversando un buon momento economico è salita dal 24% del 2018 al 39% del 2025.

A questa consapevolezza, tuttavia, non corrisponde un parallelo supporto economico. Il modello di business basato sugli abbonamenti e sulle donazioni dei lettori incontra notevoli resistenze: solo il 12% degli americani ha sostenuto finanziariamente una fonte di notizie locali nell’ultimo anno. L’ostacolo principale, segnalato dalla metà degli intervistati (50%), è la facile reperibilità di informazioni gratuite, seguito da un insufficiente interesse personale verso le notizie locali (29%).

È interessante notare come l’inclinazione al pagamento presenti delle chiare variabili demografiche: segmenti specifici della popolazione, come i cittadini in possesso di un titolo di studio universitario (17%) e gli adulti con più di 65 anni (19%), mostrano infatti una propensione superiore alla media nel supportare economicamente l’informazione di prossimità.

In conclusione, il giornalismo locale statunitense si trova di fronte al delicato compito di conciliare una transizione digitale ormai matura con la necessità di individuare modelli di finanziamento innovativi, capaci di superare la riluttanza di un pubblico sempre più abituato alla gratuità dei contenuti.

Addio vecchi media: perché la Gen Z preferisce TikTok, i creator e l’IA per informarsi

Il rapporto del Reuters Institute, pubblicato nel marzo 2026, costituisce una mappatura critica di un decennio (2015-2025) caratterizzato da una trasformazione tecnologica e politica senza precedenti. Comprendere i “social natives” (la fascia 18-24 anni) non è più un semplice esercizio di profilazione demografica, ma un asset strategico vitale: la loro evoluzione comportamentale incide direttamente sulla sostenibilità finanziaria dell’editoria e, in ultima analisi, sulla salute democratica della società. Se il giornalismo non riesce a intercettare questa coorte, rischia di perdere la propria funzione di collante informativo necessario per una cittadinanza attiva e resiliente alla disinformazione.

L’analisi si sviluppa su due pilastri strategici: mappare i trend comportamentali e attitudinali per identificare le divergenze rispetto alle generazioni precedenti, e illuminare le attività proattive dei giovani nel panorama informativo. Il passaggio cruciale documentato in questo decennio non è più la transizione tra offline e online — processo ormai consolidato — ma una migrazione profonda all’interno dell’ecosistema digitale, dove i confini tra informazione, intrattenimento e interazione sociale si dissolvono definitivamente. Ecco una sintesi analitica scritta con l’uso dell’intelligenza artificiale. Qui potete scaricare il Pdf del report che è appena uscito.

Il declino del modello “online-first” a favore del “social-first”

L’accesso diretto ai siti web e alle app delle testate giornalistiche sta diventando un’abitudine residuale per i giovani, sostituita da un consumo “incidentale” e distribuito. Le notizie non vengono più cercate attivamente, ma “incontrate” durante la navigazione su piattaforme nate per altri scopi.

Confronto evolutivo delle fonti principali (fascia 18-24)

Fonte di Notizie20152025
Social Media21%39%
Siti Web / App di News36%24%
Televisione28%21%

Analisi Strategica: Il “So What?” Come evidenziato dai trend decennali, il sorpasso dei social media sui siti proprietari è netto. Solo il 14% dei giovani nel 2025 utilizza l’accesso diretto come gateway principale, contro il 28% degli over 55. Questo fenomeno determina una drastica disintermediazione dei ricavi pubblicitari e un’inarrestabile erosione del brand equity: senza un contatto diretto con la piattaforma del publisher, la fedeltà alla testata svanisce, rendendo la percezione della qualità dell’informazione totalmente dipendente dagli algoritmi di terze parti e dalle loro logiche di gatekeeping.

Fiducia, rappresentazione e il dilemma dell’imparzialità

La crisi del giornalismo non è solo distributiva, ma identitaria. Emerge una discrepanza significativa tra l’offerta giornalistica tradizionale e le aspettative di rappresentazione di una generazione che non si sente raccontata correttamente.

  • Il Gender Gap nella Rappresentazione: I dati sulla “fairness” della copertura (Figura 6) rivelano che le giovani donne (39%) sono sensibilmente meno soddisfatte dei giovani uomini (47%) riguardo a come viene trattata la loro generazione. Storicamente, il giornalismo è stato percepito come un prodotto tarato su interessi maschili (business, sport), alienando una parte cruciale dell’audience giovane.
  • La Nuova Neutralità: Per il 32% dei giovani (contro il 19% degli over 55) “non ha senso essere neutrali” su temi come il razzismo o il cambiamento climatico. Questa generazione rifiuta un’obiettività che sfoci nell’indifferenza valoriale; per loro, il giornalismo deve possedere una postura etica chiara su temi esistenziali e di giustizia sociale.

Disinteresse e “news avoidance”: una questione di rilevanza e stato d’animo

L’evitamento (avoidance) delle notizie (42% dei giovani) è una strategia proattiva di protezione del benessere mentale e del tempo, non un segnale di pigrizia intellettuale.

I fattori dell’evitamento:

  • Effetto negativo sull’umore (34%): Le news sono percepite come ansiogene o deprimenti.
  • Mancanza di rilevanza (21%): Una disconnessione tra l’agenda politica tradizionale e la vita quotidiana.
  • Difficoltà di comprensione (15%): Un barriera linguistica e di contesto che esclude chi non possiede pregresse competenze tecniche (gergo economico/politico).

Analisi dei “User Needs” e Interessi Topici: Il modello dei bisogni degli utenti mostra che, sebbene il 46% dei giovani riconosca ai media un buon lavoro nel “farli sentire meglio” (contro un 19% che vede un fallimento totale), esiste un desiderio insoddisfatto di contenuti ispiratori e “fun”. Esiste inoltre una marcata eterogeneità interna: gli uomini preferiscono Scienza/Tech (26%) e Politica (23%), mentre le donne gravitano su Salute Mentale (28%) e Crime (27%). Modelli come The Daily Aus o SPILNEWS hanno successo proprio perché colmano questo gap, trasformando la notizia da “fatto burocratico” a “servizio di prospettiva”.

L’Egemonia del video e l’ascesa dei creator individuali

La frammentazione dell’attenzione ha portato al dominio assoluto di TikTok, Instagram e YouTube, con Facebook ormai marginalizzato (uso per news crollato al 16% dal 47% del 2014). La logica dello “swiping” e dei video verticali ha trasformato il consumo incidentale in un’esperienza immersiva.

Creator vs Brand Tradizionali: La Crisi di Autorità

  1. Spostamento dell’attenzione: Il 51% dei giovani presta più attenzione ai creator e alle personalità individuali rispetto ai brand giornalistici tradizionali (39%).
  2. Intimità e autenticità: Figure come Hugo Travers (HugoDécrypte) o Dylan Page offrono una narrazione personalizzata e “nativa” che le testate istituzionali faticano a emulare. Il successo di questi creator risiede nella capacità di decodificare la complessità senza la distanza gerarchica del giornalismo classico.
  3. Adattamento dei formati: Testate come il New York Times o la BBC stanno rispondendo integrando tab video verticali e video-podcast, tentando di recuperare engagement attraverso linguaggi visivi più vicini alla “TikTok-fication” della fruizione informativa.

Generative AI: da strumento di accesso a filtro di comprensione

L’intelligenza artificiale non è vista come una minaccia dai giovani (15% di utilizzo settimanale), ma come un passaggio logico nell’evoluzione tecnologica.

Modelli di utilizzo dell’AI per le notizie

Funzione AIPercentuale di Utilizzo
Semplificazione di storie complesse48%
Risposte a domande specifiche27%
Traduzione di formati (testo in audio/video)19%

Il Paradosso della Veridicità e verifica: Nonostante il 60% dei giovani sia preoccupato per i deepfake, l’AI emerge come uno strumento di supporto alla navigazione. Tuttavia, l’analista deve notare una sfumatura cruciale: sebbene il 19% utilizzi i chatbot per verificare una storia, i giovani prioritizzano ancora i motori di ricerca (39%) e i brand editoriali di fiducia (36%). L’AI è dunque un tool emergente di sintesi e validazione iniziale, ma non ha ancora sostituito le fonti consolidate nella gerarchia della credibilità. Il ruolo del giornalista evolve così da “produttore di contenuti” a “validatore certificato” in un ecosistema saturo di sintesi algoritmiche.

Conclusione: spunti strategici per l’editoria del futuro

Per i publisher, la sfida del prossimo decennio consiste nell’evolvere i linguaggi senza compromettere l’autorevolezza. È necessario abbandonare il modello unidirezionale di “trasmissione” a favore di un modello di “servizio e validazione”, incontrando gli utenti nei loro spazi nativi con formati che rispettino il bisogno di chiarezza e benessere emotivo.

Checklist strategica per il board Editoriale:

  • Implementare protocolli di “human-centered storytelling”: Emulare l’autenticità dei creator per abbattere la percezione di distanza e freddezza istituzionale.
  • Sperimentare la “Semplificazione come Servizio”: Utilizzare l’AI per creare summary e news-explainer che risolvano le barriere di comprensione (15% dei casi di news avoidance).
  • Targeting di genere e interessi granulari: Sviluppare verticali su Salute Mentale e Wellness per l’audience femminile, e Science/Tech per quella maschile, superando la genericità dei “contenuti per giovani”.
  • Evoluzione del ruolo del giornalista: Posizionare il brand come “validatore di fonti” contro la minaccia dei deepfake, capitalizzando sulla fiducia residua che ancora batte l’AI nella verifica dei fatti.

L’Ai overview e i chatbot strangolano i siti tech USA

Fino a poco tempo fa, l’utente medio seguiva un percorso lineare: un dubbio su un gadget o una necessità “how-to” si traduceva in una ricerca su Google e un click verso una testata specializzata. Oggi, quel ponte si è spezzato per colpa dell’Ai overview. Una nuova analisi di Growtika, riportata dal Nieman Lab, rivela una voragine nel traffico organico delle testate tecnologiche più influenti al mondo. Non siamo di fronte a un semplice calo stagionale, ma a un mutamento genetico dell’ecosistema digitale che sta svuotando i domini che hanno definito l’informazione tech per decenni.

Il grande crollo: una perdita di 65 milioni di visite

Il rapporto Growtika, basato su stime di traffico organico statunitense estratte tramite Ahrefs, delinea uno scenario brutale: il traffico verso le principali pubblicazioni tecnologiche è crollato del 58% dal 2024. Aggregando i dati di dieci colossi del settore, si passa da un picco combinato di 112 milioni di visite nel 2024 a soli 47 milioni registrati a gennaio 2026.

Come analista, è doveroso esercitare uno scetticismo professionale sulla metodologia: il rapporto confronta i mesi di picco massimo del 2024 con il dato singolo di gennaio 2026, una scelta che tende a estremizzare la percezione della crisi. Tuttavia, la tendenza è inequivocabile. La scomparsa di 65 milioni di visite mensili non è solo un problema di audience, ma sancisce il collasso del modello basato sulla “Ad Impression”. Senza il click dell’utente, la pubblicità programmatica perde la sua linfa vitale, rendendo insostenibili le strutture redazionali attuali.

Casi limite: dalla crisi di Mashable all’eclissi di Digital Trends

L’erosione non ha risparmiato nessuno, colpendo con violenza sia i nuovi media nativi digitali che i brand storici:

  • Digital Trends: Il caso più drammatico, con una caduta verticale del 97% rispetto al picco di marzo 2024.
  • The Verge: Passato dai 5,3 milioni di visite di febbraio 2024 a sole 790.000 a gennaio 2026 (un calo dell’85%).
  • Wired e CNET: Anche i giganti storici vacillano, con flessioni rispettivamente del 62% (dal picco di novembre 2024) e del 47% (novembre 2024).
  • Mashable: Rappresenta l’eccezione statistica del gruppo, limitando i danni a un -30% rispetto al picco di maggio 2024.

Alex Donaldson ha sintetizzato la gravità del momento con parole inequivocabili:

“An absolute apocalypse ongoing in the Tech space; 58% of Google Traffic to the world’s biggest tech sites has disappeared since 2024.”

L’effetto “AI Overviews” e la “fine del click

Il principale responsabile di questa “SERP Cannibalization” è l’introduzione massiccia delle “AI Overviews” di Google, esplose nella seconda metà del 2025. Siamo entrati nell’era della Zero-Click Search: per query informative come “come configurare un router” o “migliori laptop per studenti”, Google fornisce ora una risposta esaustiva direttamente nella pagina dei risultati.

Per siti come HowToGeek o ZDNet, questo rappresenta un paradosso esistenziale. Google utilizza i loro contenuti editoriali per addestrare i propri modelli e generare sintesi che, di fatto, eliminano ogni incentivo per l’utente a visitare il sito sorgente. Google sta cessando di essere un motore di ricerca per diventare un “motore di risposte”, prosciugando le stesse fonti di cui si nutre.

Il fattore Reddit e l’ascesa dei chatbot

Il comportamento degli utenti sta cambiando anche per una crescente sfiducia nei contenuti ottimizzati esclusivamente per la SEO. Google ha risposto premiando massicciamente il “User Generated Content” (UGC), portando Reddit in cima alle classifiche per le query “best X”. Questa è una scelta strategica precisa: in un web inondato di testi generati dall’AI, l’esperienza umana autentica (Information Gain) diventa la nuova valuta pregiata.

Parallelamente, chatbot come ChatGPT, Claude e Perplexity frammentano ulteriormente la ricerca tradizionale, agendo come filtri che sostituiscono la consultazione diretta delle notizie. Nick Tsergas osserva con lucidità:

“People now read less news, more AI summaries of news.”

Il modello di business al bivio

Il declino del traffico si traduce, come sottolineato da Alex Heath, in una crisi di fatturato “direzionalmente allineata”. Per testate come Digital Trends, un crollo del 97% del traffico significa la morte istantanea del comparto Affiliate Marketing: se nessuno legge le recensioni, nessuno clicca sui link Amazon, azzerando le commissioni.

Danny Crichton mette in guardia sulla fine dell’intermediazione classica:

“In the AI world, Google and social no longer refer traffic, which means that the vast majority of readers just never find you in the first place.”

La sostenibilità di una testata tech nel 2026 non può più poggiare sul pilastro della SEO tradizionale, ormai compromesso da un ecosistema che trattiene l’utente all’interno delle proprie piattaforme.

Conclusione: verso un nuovo ecosistema

Siamo testimoni della fine di un’epoca. Se il traffico organico non è più un generatore affidabile di revenue, l’editoria tech deve tornare a costruire relazioni dirette con il proprio pubblico tramite newsletter, abbonamenti e community proprietarie.

In un mondo dove l’intelligenza artificiale offre risposte rapide ma spesso prive di contesto e anima, resta una domanda fondamentale: siamo pronti a sacrificare la profondità del giornalismo originale sull’altare della comodità di un riassunto automatico? Il rischio concreto è che, soffocando i produttori di contenuti, l’AI finisca per restare senza più nulla da riassumere.

Newsletter in USA: tanti s’iscrivono, pochi le leggono

In un ecosistema mediatico saturo di feed algoritmici e notifiche push, uno strumento “vintage” come la newsletter sta vivendo una rinascita inaspettata. Tuttavia, non si tratta di un semplice ritorno al passato, ma di un’evoluzione verso quello che potremmo definire un “sentiero digitale distinto” per l’approfondimento.

Il report del Pew Research Center di febbraio 2026, condotto su un campione di oltre 5.000 adulti americani, segna un momento storico: è la prima volta che l’istituto include le newsletter (insieme ai chatbot IA) nel suo monitoraggio annuale delle abitudini informative. I dati che emergono dipingono un quadro di curatela radicale e disintermediazione, rivelando come la nostra inbox sia diventata un campo di battaglia tra l’intenzionalità e il puro rumore di fondo.

Il Paradosso della Popolarità: Un’abitudine diffusa ma di nicchia

I numeri ci dicono che le newsletter sono ormai parte integrante della dieta mediatica, ma soffrono di una crisi di identità come piattaforma primaria. Il 30% degli americani dichiara di informarsi tramite newsletter almeno occasionalmente, eppure solo un risicato 3% le indica come la propria fonte preferita.

Il divario con i media tradizionali rimane abissale: la televisione domina ancora con il 34% delle preferenze, seguita da siti web e app di news al 21%. Perché, dunque, stiamo assistendo a una migrazione di massa di giornalisti verso piattaforme di self-publishing come Substack? La risposta non risiede nella quantità della massa, ma nella qualità dell’audience. Le newsletter non cercano di battere la TV sui grandi numeri, ma puntano alla costruzione di un rapporto diretto e disintermediato.

“Tre adulti americani su dieci dichiarano di informarsi tramite newsletter almeno occasionalmente… Tuttavia, le newsletter offrono un formato distinto per briefing, opinioni e approfondimenti.”

L’Inbox Fantasma: Tra Curatela Radicale e Sovraccarico Cognitivo

L’analisi del coinvolgimento rivela quello che potremmo definire il fenomeno dell’”Inbox Fantasma”. Il 62% dei lettori non legge la maggior parte delle newsletter che riceve, lasciando solo a un 38% di utenti il ruolo di lettori attivi e costanti.

Interessante è il dato sulla consapevolezza: il 16% degli utenti non sa nemmeno con precisione a quante newsletter sia iscritto. Nonostante questo, la maggior parte dei lettori esercita una forma di difesa contro il sovraccarico cognitivo: il 71% degli utenti è iscritto a meno di cinque newsletter, mentre solo il 3% ne segue più di dieci. Non è solo disinteresse; è una strategia di sopravvivenza informativa. Gli utenti stanno diventando i guardiani della propria attenzione, selezionando con estrema cura i pochi “ospiti” ammessi nella propria posta elettronica.

La Sorpresa Demografica: Il nuovo strumento dell’élite intellettuale

A differenza di quasi ogni altro formato digitale, le newsletter abbattono le barriere generazionali: le quote di utilizzo sono pressoché identiche tra giovani e anziani. Il vero spartiacque non è l’età, ma il capitale culturale ed economico.

  • Istruzione: Il 35% dei laureati utilizza le newsletter, contro il 25% di chi ha solo un diploma.
  • Reddito: L’adozione sale al 38% nelle fasce alte, contro il 27% di quelle basse.

Siamo di fronte alla trasformazione della newsletter in uno strumento d’élite. In un mondo di informazione gratuita e frammentata, la capacità di seguire una narrazione strutturata sta diventando un indicatore di status intellettuale.

Indipendenti vs. Istituzionali: La sfida per la fiducia

Il panorama delle fonti è in perfetto equilibrio, ma segnato da una profonda incertezza. Il 25% delle newsletter proviene da testate tradizionali, il 24% da giornalisti indipendenti e il 22% da un mix dei due.

Tuttavia, un preoccupante 28% degli utenti non è sicuro dell’affiliazione delle newsletter che legge. Questa “zona grigia” rappresenta la grande sfida del futuro: in un contesto di disintermediazione, dove il singolo giornalista conta spesso più della testata per cui scrive, il confine tra informazione istituzionale e opinione indipendente si fa sempre più labile, mettendo alla prova la capacità del lettore di valutare l’affidabilità delle fonti.

Oltre il Testo: Briefing, Opinioni e Deep Dives

La newsletter moderna è un coltellino svizzero dell’informazione che assolve a tre bisogni fondamentali:

1. Efficienza: Il 70% cerca briefing e riassunti per orientarsi velocemente.

2. Analisi: Il 60% richiede “deep dives”, approfondimenti verticali su temi complessi.

3. Prospettiva: Il 57% cerca l’opinione, il punto di vista soggettivo che dia senso ai fatti.

Questa versatilità spiega perché il formato resista nonostante la sua bassa “preferenza” assoluta: è l’unico spazio digitale che permette di passare dalla sintesi estrema all’analisi profonda senza cambiare piattaforma.

Diversità e Rappresentazione: Il dato sulle comunità Black e Asian

Il report evidenzia un dato significativo sulla democratizzazione dell’accesso: l’uso delle newsletter è più alto tra gli americani neri (40%) e asiatici (40%) – dato, quest’ultimo, riferito esclusivamente alla popolazione di lingua inglese – rispetto ai bianchi (29%) e agli ispanici (24%). Questo suggerisce che le newsletter stiano diventando un rifugio per narrazioni e prospettive che spesso faticano a trovare spazio nei media generalisti, offrendo canali di informazione più vicini alle esigenze di specifiche comunità.

Conclusione: Un mercato maturo (e ad alto tasso di conversione)

L’indicatore più potente della salute di questo settore è la disponibilità a pagare. Il 7% degli americani ha pagato o donato per una newsletter nell’ultimo anno. Se consideriamo che solo il 30% della popolazione totale usa questo strumento, significa che circa un quarto dei lettori di newsletter è un utente pagante. È un tasso di conversione straordinario, quasi impensabile per altre piattaforme digitali.

Siamo dunque di fronte a un bivio. In un mondo dominato da algoritmi caotici, la tua inbox è diventata l’ultimo rifugio per un’informazione intenzionale e di valore, o è destinata a trasformarsi nell’ennesimo cimitero di email non lette? La risposta, probabilmente, dipende dalla severità della tua curatela.

Qui una presentazione generata con Notebook LM

Giornalismo, una professione in transizione

Oggi è stato presentato a Roma il report – a cura di Christian Ruggiero – della Fondazione Paolo Murialdi (con l’Ordine dei Giornalisti, l’INPGI e l’INPS) Lo stato del giornalismo italiano che ha fornito un quadro preoccupante della professione in Italia, tra tutele decrescenti, stipendi in declino (con soglie di reddito al livello della povertà), problemi di accesso all’ordine e sfide generare dall’avvento dell’Intelligenza artificiale senza chiare regole deontologiche di utilizzo.

Ecco la sintesi degli aspetti principali del Report che ho ricavato facendo un’analisi con Notebook LM. Qui il link per una presentazione grafica del report.

La professione giornalistica attraversa una fase di trasformazione profonda, segnata dal passaggio storico della previdenza dei giornalisti dipendenti all’INPS (1° luglio 2022) e da un radicale mutamento nelle modalità di accesso e di esercizio del ruolo.

I punti chiave includono:

  • Declino dei canali tradizionali: Il praticantato “classico” in redazione è in costante calo, sostituito progressivamente dalle Scuole di Giornalismo e dall’istituto del “ricongiungimento”.
  • Divario generazionale e geografico: L’accesso alla professione è fortemente concentrato nel Lazio e in Lombardia. I giovani mostrano tassi di successo agli esami superiori, ma affrontano barriere economiche d’ingresso elevate (costi delle scuole).
  • Crisi del ruolo sociale: La disintermediazione digitale, i social media e l’intelligenza artificiale hanno eroso la centralità del giornalista come mediatore sociale, trasformando la professione da ceto privilegiato a categoria precaria.
  • Condizioni economiche critiche: Il settore è dominato da una crescente precarietà, con redditi medi annui lordi che si attestano sui 17.000 euro per i liberi professionisti e appena 11.000 euro per i collaboratori parasubordinati.

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1. Evoluzione Storica e Funzione Sociale

L’analisi di Giancarlo Tartaglia evidenzia come il ruolo del giornalista sia mutato drasticamente in ottant’anni di storia repubblicana:

  • Dal Fascismo alla Democrazia: Durante il regime, i giornalisti erano uno strumento pedagogico per il consenso, godendo in cambio di tutele privilegiate (Albo, ente previdenziale proprio, contratti favorevoli). Con la Repubblica, sono diventati custodi della libertà di stampa e “termometro della democrazia”.
  • La Crisi delle Tutele: Il sistema di garanzie ha iniziato a sgretolarsi negli anni ’70 con la riforma della sanità (nascita di CASAGIT come fondo integrativo) e successivamente con l’interpretazione estensiva della legge sul praticantato per sanare situazioni di abusivismo e parasubordinazione.
  • L’Impatto Tecnologico e l’Intelligenza Artificiale: La rivoluzione tecnologica (dal “caldo” delle linotype al “freddo” digitale) ha prima colpito i poligrafici e ora minaccia l’essenza stessa del lavoro giornalistico. L’IA non produce informazione ma “rimastica” contenuti esistenti, mentre i social media illudono sulla possibilità di un giornalismo diffuso senza mediazione professionale.

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2. Accesso alla Professione e Formazione (2017-2023)

Il sistema di accesso all’Albo dei Giornalisti Professionisti mostra segnali di mutamento strutturale, come analizzato da Carlo Bartoli e Mauro Bomba.

Percorsi di Ingresso

I dati sulle domande di accesso evidenziano una pluralità di canali:

  • Ricongiungimento (35,98%): Misura emergenziale (esaurita a fine 2022) per riconoscere il praticantato di fatto dei pubblicisti. È la modalità prevalente per gli over 30.
  • Scuole di Giornalismo (23,66%): Canale sempre più centrale per i giovani (20-30 anni).
  • Praticantato tradizionale (21,70%): Con dichiarazione del direttore.
  • Dichiarazione Sostitutiva (18,60%): Per chi ha svolto attività giornalistica retribuita per 18 mesi senza attestazione del direttore.

Statistiche sugli Esami di Stato

IndicatoreDato Rilevato
Totale domande (2017-2023)4.083 (corrispondenti a 3.062 candidati unici)
Distribuzione di genere50,1% Uomini – 49,9% Donne
Titolo di studio81,8% possiede almeno una laurea triennale
Tasso medio di idoneità65% (83,3% nell’ultima sessione del 2023)
Tentativi medi per passare1,33 per candidato

 

Il Ruolo delle Scuole di Giornalismo

Le scuole rappresentano un canale efficace ma potenzialmente selettivo:

  • Oltre il 50% dei candidati tra i 20 e i 30 anni proviene dalle scuole.
  • Il tasso di successo è più alto rispetto ai percorsi tradizionali (69,3% di idonei).
  • Concentrazione territoriale: Più del 40% delle domande proviene dalle tre scuole di Milano (IULM, Tobagi, Cattolica), seguite da quelle di Roma (LUISS, LUMSA). Le scuole del Sud (Napoli, Salerno) mostrano maggiori difficoltà o hanno sospeso l’attività.

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3. Dinamiche Occupazionali e Condizioni di Lavoro

L’indagine sui neo-iscritti rivela una professione mossa dalla passione ma penalizzata da una struttura economica fragile.

Motivazioni alla Professione

La decisione di affrontare l’esame è spinta principalmente da:

  • Soddisfazione/obiettivo personale (32,7%).
  • Riconoscimento professionale (31,1%).
  • Aumento delle possibilità di carriera (25,9% – dato che sale al 50% tra gli under 30).
  • Solo il 10,3% risponde a una richiesta specifica della testata/azienda.

Condizioni Economiche

La seconda parte del report fotografa una situazione di grave instabilità reddituale, specialmente al di fuori del lavoro dipendente:

  • Liberi Professionisti: Reddito medio lordo annuo di circa 17.000 euro.
  • Para-subordinati (Co.co.co.): Reddito medio lordo annuo di circa 11.000 euro.

Mobilità e sbocchi

  • Circa il 10% dei neo-professionisti abbandona la carriera dopo l’esame (quota che sale al 40% tra gli over 60).
  • Oltre alle redazioni tradizionali, cresce l’importanza degli Uffici Stampa e della Comunicazione Digitale, settori che offrono sbocchi lavorativi più stabili.
  • Roma e Milano si confermano i poli centrali per l’occupazione giornalistica grazie alla presenza di istituzioni, agenzie nazionali e grandi gruppi editoriali/televisivi.

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4. Conclusioni e Prospettive di Riforma

Il quadro delineato evidenzia l’urgenza di una revisione normativa per una legge professionale che risale al 1963.

  • Proposta di Riforma dell’Accesso: L’Ordine dei Giornalisti propone l’istituzione di una classe di laurea magistrale in giornalismo che includa il praticantato e consenta l’accesso diretto all’esame di Stato. Questo mirerebbe a democratizzare l’accesso, svincolandolo dal controllo degli editori o dai costi elevati dei master privati.
  • Necessità di Tutele: È fondamentale rafforzare il rapporto di fiducia con il cittadino, minato dalla “disintermediazione” dei social media. Il giornalista deve tornare a essere garante dell’autenticità dei fatti e della verifica delle fonti in un flusso informativo caotico.
  • Digitalizzazione e IA: La sfida futura risiede nell’integrare le nuove tecnologie (IA) senza rinunciare ai principi deontologici di verità sostanziale e rispetto della persona, come previsto dal nuovo Codice Deontologico in vigore da giugno 2025.

Hammurabi e il referendum

L’andamento delle polemiche riguardo al referendum su separazione delle carriere e funzionamento del CSM (mi rifiuto di chiamarlo “sulla giustizia”) è ricorsivo. Uno dice una scemenza senza redenzione, tipo che il CSM è un organismo para-mafioso. Segue indignazione. Poi quello ribatte: “Ma l’aveva detto Hammurabi”. Sospiro di sollievo: “Ah beh, se l’aveva detto Hammurabi, allora…” Poi si passa ad altro. Il giorno dopo altra polemica. E via all’infinito.

Che noia le notizie! (Il PEW sulle news in USA)

Un grafico che sintetizza il rapporto complicato dei cittarini USA con le news

Oggi è uscito il Rapporto del Pew Information Center che analizza il legame complesso e frammentato tra i cittadini americani e l’informazione contemporanea. Attraverso sondaggi e focus group, lo studio evidenzia una profonda divisione generazionale sull’importanza del seguire le news e sulle competenze necessarie per verificarne l’accuratezza.

Ecco in sintesi (grazie all’analisi fatta con l’aiuto di NotebookLM) i risultati salienti del rapporto che si intitola Americans’ Complicated Relationship With News. Qui potete trovare una presentazione (sempre grazie a Notebook LM).

La Tensione Civica: Dovere vs. Esaurimento
Il report identifica una dissonanza cognitiva fondamentale nell’elettorato americano. Esiste un consenso quasi unanime (80%) sul fatto che mantenersi informati sia un “dovere civico” essenziale per il voto. Tuttavia, questo ideale si scontra con una realtà di “news fatigue“:

  • Il 52% degli adulti si dichiara “esaurito” dalla quantità di notizie.
  • Il 48% ritiene che la maggior parte delle notizie incontrate non siano rilevanti per la propria vita.
  • Solo il 9% segue le notizie puramente per “piacere“, mentre la maggioranza lo fa per un misto di dovere e abitudine.

Il Cambiamento Strutturale: “seekers” vs. “receivers”
Il paradigma di consumo si è spaccato perfettamente a metà. Il 50% degli americani cerca attivamente le notizie (seekers), mentre il49% lascia che siano le notizie a trovarli (receivers).

  • Il Divario Demografico è netto: La modalità di consumo è quasi interamente determinata dall’età. Tra gli under 30, il 73% ha un approccio passivo (“news finds me”). Tra gli over 65, la percentuale è speculare: il 73% cerca attivamente le notizie.
  • Implicazioni per il settore editoriale: Chi cerca attivamente le notizie tende a considerarle molto più importanti per la società (62% vs 32% dei passivi). Il pubblico più giovane e passivo è quindi strutturalmente più distaccato dal valore normativo del giornalismo.

Il Paradosso della “Media Literacy” (Efficacia Epistemica)

Esiste un forte divario tra la percezione della propria competenza e quella altrui (il cosiddetto third-person effect).

  • Alta Efficacia Interna: Il 79% degli americani si sente almeno “abbastanza sicuro” della propria capacità di verificare l’accuratezza di una notizia (il 29% “molto sicuro”).
  • Bassa Efficacia Esterna: Solo il 25% ha fiducia che gli altri sappiano fare lo stesso.
  • Responsabilità: Il 44% ritiene che la responsabilità di verificare le notizie ricada sull’individuo, superando di gran lunga chi attribuisce tale compito alle testate giornalistiche (22%) o alle piattaforme social (4%).

La Ridefinizione di “Do Your Own Research”
È cruciale notare come il concetto di verifica si sia evoluto. Il 94% ritiene importante “fare le proprie ricerche”, ma il significato varia ideologicamente.

  • La maggioranza (84%) lo intende come cross-referencing tra più fonti.
  • Tuttavia, per i repubblicani conservatori, “fare ricerca” significa spesso specificamente mettere in discussione le narrazioni ufficiali o delle grandi testate.

Sostenibilità Economica
Il modello di business basato sulla responsabilità civica appare fragile

  • Solo l’8% degli americani ritiene che pagare per le notizie sia una responsabilità individuale.
  • Solo il 16% ha effettivamente pagato o donato a una testata negli ultimi 12 mesi, una cifra trainata prevalentemente da individui ad alto reddito e democratici liberali.
  • La percezione della salute finanziaria dei media è distorta: molti credono che le testate stiano “bene” finanziariamente, riducendo l’urgenza di contribuire.

Virgilio Melchiorre (1931-2026)

Oggi ho letto sul Corriere della Sera che è morto a Milano – la città dove ha vissuto e insegnato praticamente tutta la vita -, Virgilio Melchiorre, il mio professore di Filosofia morale alla Cattolica. Professore amatissimo da me e da migliaia di studenti.

Le sue lezioni – al terzo piano dell’edificio di via Sant’Agnese, perché all’epoca era il direttore della scuola di specializzazione in Comunicazione sociali – erano uno spettacolo, ma non per gli effetti speciali, visto che non era un imbonitore nato, come altri professori (peraltro molto bravi) come Giovanni Reale, l’unico persona che ho visto parlare inglese con un forte accento della Grecia classica, visto che il suono del suo “th” era una theta molto marcata. No, Melchiorre non era così. Era più colloquiale che professorale, intimo e emozionante, anche se rigoroso nell’analisi.

La parte seminariale del mio secondo anno di frequenza – con il mio piano di studio Filosofia morale doveva essere biennalizzata – era un corso sul senso della morte. Un corso bellissimo, almeno nei miei ricordi, tutto basato sull’analisi di due metafore che nei vangeli alludono alla parusia, cioè al compimento dei tempi con la seconda venuta di Cristo. Due metafore – quella del giorno del giudizio che “viene come un ladro nella notte” e quella della fioritura del fico, che è sì inaspettata, visto che avviene dal giorno alla notte, ma che è individuata da segni che possono essere colti se si guarda con attenzione – che Melchiorre applicava alla morte di una persona cara. Una scomparsa che per lui, che aveva una fede profonda, era un perdersi che però apriva a una dimensione diversa, nella speranza, appunto, di un approdo più alto.

Io, che non sono credente, invece, posso solo testimoniare lo stupore della perdita di una persona che è stata importante per la mia formazione e, anche, il fatto che questo sprofondare nel nulla, questo svanire nell’inanimato, è sì una lacerazione nella rete dell’esistenza, ma è una ferita che non fa venir meno il ricordo e l’arricchimento intellettuale di chi ha avuto la fortuna di averlo conosciuto. Che a sua volta può testimoniare il suo valore e il suo calore umano e la sua capacità di essere maestro. E anche questo è un “estote parati!” minore, una tenue luce messianica che illumina la notte del lutto.

Washington Post Dies in Darkness

Il bagno di sangue di oggi al Washington Post non è arrivato inaspettato. Non si può dire che nessuno lo avesse visto arrivare, ma l’entità dei tagli (un terzo dell’intero personale della testata compresi i dipartimenti commerciali e circa 300 giornalisti su 800 lasciati a casa immediatamente con una email) sono peggio di qualunque aspettativa.

Ecco una sintesi dei tagli che direttore esecutivo della testata, Matt Murray, ha giustificato come parte di un “reset strategico”:

  1. Sport: La redazione sportiva viene chiusa nella sua forma attuale.
  2. Libri: La sezione dedicata alla letteratura e alle recensioni librarie viene eliminata.
  3. Podcast: Il podcast quotidiano di punta, “Post Reports”, è stato sospeso.
  4. Estero: Sono stati effettuati tagli pesantissimi alla rete internazionale, inclusi i corrispondenti in Medio Oriente e il capo dell’ufficio del Cairo. Anche chi segue la guerra in Ucraina è stato licenziato.
  5. Cronaca Locale (Metro): La sezione che copre l’area di Washington subirà una profonda ristrutturazione e riduzione.

Le ragioni della crisi sono molteplici, dalle perdite finanziarie (circa 100 milioni di dollari solo dal 2023). al calo degli abbonati (dopo il boom del primo mandato di Trump e dei giorni della pandemia la crescita degli abbonamenti digitali si è fermata e anzi c’è stata un’inversione di tendenza), ma il vero catalizzatore del disastro – secondo l’opinione di molti e la mia personale – è stata la decisione dell’editore Jeff Bezos (il patron di Amazon)  di non appoggiare alcun candidato alle elezioni presidenziali del 2024, scelta che portò a oltre 200.000 disdette immediate. L’editoriale di appoggio a Kamala Harris era già stato scritto dall’Editorial Board, ma fu repentinamente cestinato. Si può dire che il rapidissimo declino è iniziato da quel giorno anche perché i lettori – il vero tesoro di una testata giornalistica – si sentirono traditi.

E ora? Questi tagli segnano un drastico ridimensionamento delle ambizioni globali del Washington Post, che ora punta a una struttura più “agile” ma inevitabilmente più limitata nella sua capacità di copertura. Marty Baron, l’ex storico direttore del quotidiano, ha definito questo il giorno “più buio” nella storia del giornale, accusando la proprietà di aver distrutto un brand leggendario in modo quasi istantaneo.

Poi fa un po’ impressione rileggere le parole di Bezos stesso – le riporta Ruth Marcus nel suo ottimo articolo sul New Yorker – il giorno in cui, nel lontano 2013 – parlò per la prima volta alla redazione dopo aver rilevato la testata dalla famiglia Graham:

“Alla fine ho concluso che potevo fornire una pista di decollo – una pista di decollo finanziaria – perché non credo che si possa continuare a ridimensionare l’attività. Si può essere redditizi e ridimensionarsi. E questa è una strategia di sopravvivenza, ma alla fine porta all’irrilevanza, nella migliore delle ipotesi. E, nel peggiore, all’estinzione”.

Pare proprio che a questo punto Bezos abbia scelto l’ipotesi delle sopravvivenza che porta all’irrilevanza e, alla fine, all’estinzione.

E parlando della proprietà giova ricordare – come ha fatto il giornalista del NYT Peter Baker su X – che Bezos ha un patrimonio netto di 249,4 miliardi di dollari, ha uno yacht da 500 milioni di dollari e ha investito 75 milioni di dollari nell’orribile film documentario su Melania Trump, che difficilmente porterà a casa quanto investito. Se il WP perdesse 100 milioni di dollari l’anno (più di quanto sta perdendo ora) il padrone di Amazon potrebbe sostenere le perdite di 5 anni con quello che guadagna in una settimana. Ma forse si è stufato del suo giocattolino, peraltro pagato, nel 2013, 250 milioni di dollari. Insomma, una volta di più è dimostrato che non saranno i cavalieri bianchi – che poi si trasformano velocemente in cavalieri neri – a salvare il giornalismo.