
Il bagno di sangue di oggi al Washington Post non è arrivato inaspettato. Non si può dire che nessuno lo avesse visto arrivare, ma l’entità dei tagli (un terzo dell’intero personale della testata compresi i dipartimenti commerciali e circa 300 giornalisti su 800 lasciati a casa immediatamente con una email) sono peggio di qualunque aspettativa.
Ecco una sintesi dei tagli che direttore esecutivo della testata, Matt Murray, ha giustificato come parte di un “reset strategico”:
- Sport: La redazione sportiva viene chiusa nella sua forma attuale.
- Libri: La sezione dedicata alla letteratura e alle recensioni librarie viene eliminata.
- Podcast: Il podcast quotidiano di punta, “Post Reports”, è stato sospeso.
- Estero: Sono stati effettuati tagli pesantissimi alla rete internazionale, inclusi i corrispondenti in Medio Oriente e il capo dell’ufficio del Cairo. Anche chi segue la guerra in Ucraina è stato licenziato.
- Cronaca Locale (Metro): La sezione che copre l’area di Washington subirà una profonda ristrutturazione e riduzione.
Le ragioni della crisi sono molteplici, dalle perdite finanziarie (circa 100 milioni di dollari solo dal 2023). al calo degli abbonati (dopo il boom del primo mandato di Trump e dei giorni della pandemia la crescita degli abbonamenti digitali si è fermata e anzi c’è stata un’inversione di tendenza), ma il vero catalizzatore del disastro – secondo l’opinione di molti e la mia personale – è stata la decisione dell’editore Jeff Bezos (il patron di Amazon) di non appoggiare alcun candidato alle elezioni presidenziali del 2024, scelta che portò a oltre 200.000 disdette immediate. L’editoriale di appoggio a Kamala Harris era già stato scritto dall’Editorial Board, ma fu repentinamente cestinato. Si può dire che il rapidissimo declino è iniziato da quel giorno anche perché i lettori – il vero tesoro di una testata giornalistica – si sentirono traditi.
E ora? Questi tagli segnano un drastico ridimensionamento delle ambizioni globali del Washington Post, che ora punta a una struttura più “agile” ma inevitabilmente più limitata nella sua capacità di copertura. Marty Baron, l’ex storico direttore del quotidiano, ha definito questo il giorno “più buio” nella storia del giornale, accusando la proprietà di aver distrutto un brand leggendario in modo quasi istantaneo.
E parlando della proprietà giova ricordare – come ha fatto il giornalista del NYT Peter Baker su X – che Bezos ha un patrimonio netto di 249,4 miliardi di dollari, ha uno yacht da 500 milioni di dollari e ha investito 75 milioni di dollari nell’orribile film documentario su Melania Trump, che difficilmente porterà a casa quanto investito. Se il WP perdesse 100 milioni di dollari l’anno (più di quanto sta perdendo ora) il padrone di Amazon potrebbe sostenere le perdite di 5 anni con quello che guadagna in una settimana. Ma forse si è stufato del suo giocattolino, peraltro pagato, nel 2013 ì, 250 milioni di dollari. Insomma, una volta di più è dimostrato che non saranno i cavalieri bianchi – che poi si trasformano velocemente in cavalieri neri – a salvare il giornalismo.











