L’andamento delle polemiche riguardo al referendum su separazione delle carriere e funzionamento del CSM (mi rifiuto di chiamarlo “sulla giustizia”) è ricorsivo. Uno dice una scemenza senza redenzione, tipo che il CSM è un organismo para-mafioso. Segue indignazione. Poi quello ribatte: “Ma l’aveva detto Hammurabi”. Sospiro di sollievo: “Ah beh, se l’aveva detto Hammurabi, allora…” Poi si passa ad altro. Il giorno dopo altra polemica. E via all’infinito.
Ecco in sintesi (grazie all’analisi fatta con l’aiuto di NotebookLM) i risultati salienti del rapporto che si intitola Americans’ Complicated Relationship With News. Qui potete trovare una presentazione (sempre grazie a Notebook LM).
La Tensione Civica: Dovere vs. Esaurimento Il report identifica una dissonanza cognitiva fondamentale nell’elettorato americano. Esiste un consenso quasi unanime (80%) sul fatto che mantenersi informati sia un “dovere civico” essenziale per il voto. Tuttavia, questo ideale si scontra con una realtà di “news fatigue“:
Il 52% degli adulti si dichiara “esaurito” dalla quantità di notizie.
Il 48% ritiene che la maggior parte delle notizie incontrate non siano rilevanti per la propria vita.
Solo il 9% segue le notizie puramente per “piacere“, mentre la maggioranza lo fa per un misto di dovere e abitudine.
Il Cambiamento Strutturale: “seekers” vs. “receivers” Il paradigma di consumo si è spaccato perfettamente a metà. Il 50% degli americani cerca attivamente le notizie (seekers), mentre il49% lascia che siano le notizie a trovarli (receivers).
Il Divario Demografico è netto: La modalità di consumo è quasi interamente determinata dall’età. Tra gli under 30, il 73% ha un approccio passivo (“news finds me”). Tra gli over 65, la percentuale è speculare: il 73% cerca attivamente le notizie.
Implicazioni per il settore editoriale: Chi cerca attivamente le notizie tende a considerarle molto più importanti per la società (62% vs 32% dei passivi). Il pubblico più giovane e passivo è quindi strutturalmente più distaccato dal valore normativo del giornalismo.
Il Paradosso della “Media Literacy” (Efficacia Epistemica)
Esiste un forte divario tra la percezione della propria competenza e quella altrui (il cosiddetto third-person effect).
Alta Efficacia Interna: Il 79% degli americani si sente almeno “abbastanza sicuro” della propria capacità di verificare l’accuratezza di una notizia (il 29% “molto sicuro”).
Bassa Efficacia Esterna: Solo il 25% ha fiducia che gli altri sappiano fare lo stesso.
Responsabilità: Il 44% ritiene che la responsabilità di verificare le notizie ricada sull’individuo, superando di gran lunga chi attribuisce tale compito alle testate giornalistiche (22%) o alle piattaforme social (4%).
La Ridefinizione di “Do Your Own Research” È cruciale notare come il concetto di verifica si sia evoluto. Il 94% ritiene importante “fare le proprie ricerche”, ma il significato varia ideologicamente.
La maggioranza (84%) lo intende come cross-referencing tra più fonti.
Tuttavia, per i repubblicani conservatori, “fare ricerca” significa spesso specificamente mettere in discussione le narrazioni ufficiali o delle grandi testate.
Sostenibilità Economica Il modello di business basato sulla responsabilità civica appare fragile
Solo l’8% degli americani ritiene che pagare per le notizie sia una responsabilità individuale.
Solo il 16% ha effettivamente pagato o donato a una testata negli ultimi 12 mesi, una cifra trainata prevalentemente da individui ad alto reddito e democratici liberali.
La percezione della salute finanziaria dei media è distorta: molti credono che le testate stiano “bene” finanziariamente, riducendo l’urgenza di contribuire.
Oggi ho letto sul Corriere della Sera che è morto a Milano – la città dove ha vissuto e insegnato praticamente tutta la vita -, Virgilio Melchiorre, il mio professore di Filosofia morale alla Cattolica. Professore amatissimo da me e da migliaia di studenti.
Le sue lezioni – al terzo piano dell’edificio di via Sant’Agnese, perché all’epoca era il direttore della scuola di specializzazione in Comunicazione sociali – erano uno spettacolo, ma non per gli effetti speciali, visto che non era un imbonitore nato, come altri professori (peraltro molto bravi) come Giovanni Reale, l’unico persona che ho visto parlare inglese con un forte accento della Grecia classica, visto che il suono del suo “th” era una theta molto marcata. No, Melchiorre non era così. Era più colloquiale che professorale, intimo e emozionante, anche se rigoroso nell’analisi.
La parte seminariale del mio secondo anno di frequenza – con il mio piano di studio Filosofia morale doveva essere biennalizzata – era un corso sul senso della morte. Un corso bellissimo, almeno nei miei ricordi, tutto basato sull’analisi di due metafore che nei vangeli alludono alla parusia, cioè al compimento dei tempi con la seconda venuta di Cristo. Due metafore – quella del giorno del giudizio che “viene come un ladro nella notte” e quella della fioritura del fico, che è sì inaspettata, visto che avviene dal giorno alla notte, ma che è individuata da segni che possono essere colti se si guarda con attenzione – che Melchiorre applicava alla morte di una persona cara. Una scomparsa che per lui, che aveva una fede profonda, era un perdersi che però apriva a una dimensione diversa, nella speranza, appunto, di un approdo più alto.
Io, che non sono credente, invece, posso solo testimoniare lo stupore della perdita di una persona che è stata importante per la mia formazione e, anche, il fatto che questo sprofondare nel nulla, questo svanire nell’inanimato, è sì una lacerazione nella rete dell’esistenza, ma è una ferita che non fa venir meno il ricordo e l’arricchimento intellettuale di chi ha avuto la fortuna di averlo conosciuto. Che a sua volta può testimoniare il suo valore e il suo calore umano e la sua capacità di essere maestro. E anche questo è un “estote parati!” minore, una tenue luce messianica che illumina la notte del lutto.
Il bagno di sangue di oggi al Washington Post non è arrivato inaspettato. Non si può dire che nessuno lo avesse visto arrivare, ma l’entità dei tagli (un terzo dell’intero personale della testata compresi i dipartimenti commerciali e circa 300 giornalisti su 800 lasciati a casa immediatamente con una email) sono peggio di qualunque aspettativa.
Ecco una sintesi dei tagli che direttore esecutivo della testata, Matt Murray, ha giustificato come parte di un “reset strategico”:
Sport: La redazione sportiva viene chiusa nella sua forma attuale.
Libri: La sezione dedicata alla letteratura e alle recensioni librarie viene eliminata.
Podcast: Il podcast quotidiano di punta, “Post Reports”, è stato sospeso.
Estero: Sono stati effettuati tagli pesantissimi alla rete internazionale, inclusi i corrispondenti in Medio Oriente e il capo dell’ufficio del Cairo. Anche chi segue la guerra in Ucraina è stato licenziato.
Cronaca Locale (Metro): La sezione che copre l’area di Washington subirà una profonda ristrutturazione e riduzione.
Le ragioni della crisi sono molteplici, dalle perdite finanziarie (circa 100 milioni di dollari solo dal 2023). al calo degli abbonati (dopo il boom del primo mandato di Trump e dei giorni della pandemia la crescita degli abbonamenti digitali si è fermata e anzi c’è stata un’inversione di tendenza), ma il vero catalizzatore del disastro – secondo l’opinione di molti e la mia personale – è stata la decisione dell’editore Jeff Bezos (il patron di Amazon) di non appoggiare alcun candidato alle elezioni presidenziali del 2024, scelta che portò a oltre 200.000 disdette immediate. L’editoriale di appoggio a Kamala Harris era già stato scritto dall’Editorial Board, ma fu repentinamente cestinato. Si può dire che il rapidissimo declino è iniziato da quel giorno anche perché i lettori – il vero tesoro di una testata giornalistica – si sentirono traditi.
E ora? Questi tagli segnano un drastico ridimensionamento delle ambizioni globali del Washington Post, che ora punta a una struttura più “agile” ma inevitabilmente più limitata nella sua capacità di copertura. Marty Baron, l’ex storico direttore del quotidiano, ha definito questo il giorno “più buio” nella storia del giornale, accusando la proprietà di aver distrutto un brand leggendario in modo quasi istantaneo.
Poi fa un po’ impressione rileggere le parole di Bezos stesso – le riporta Ruth Marcus nel suo ottimo articolo sul New Yorker – il giorno in cui, nel lontano 2013 – parlò per la prima volta alla redazione dopo aver rilevato la testata dalla famiglia Graham:
“Alla fine ho concluso che potevo fornire una pista di decollo – una pista di decollo finanziaria – perché non credo che si possa continuare a ridimensionare l’attività. Si può essere redditizi e ridimensionarsi. E questa è una strategia di sopravvivenza, ma alla fine porta all’irrilevanza, nella migliore delle ipotesi. E, nel peggiore, all’estinzione”.
Pare proprio che a questo punto Bezos abbia scelto l’ipotesi delle sopravvivenza che porta all’irrilevanza e, alla fine, all’estinzione.
E parlando della proprietà giova ricordare – come ha fatto il giornalista del NYT Peter Baker su X – che Bezos ha un patrimonio netto di 249,4 miliardi di dollari, ha uno yacht da 500 milioni di dollari e ha investito 75 milioni di dollari nell’orribile film documentario su Melania Trump, che difficilmente porterà a casa quanto investito. Se il WP perdesse 100 milioni di dollari l’anno (più di quanto sta perdendo ora) il padrone di Amazon potrebbe sostenere le perdite di 5 anni con quello che guadagna in una settimana. Ma forse si è stufato del suo giocattolino, peraltro pagato, nel 2013, 250 milioni di dollari. Insomma, una volta di più è dimostrato che non saranno i cavalieri bianchi – che poi si trasformano velocemente in cavalieri neri – a salvare il giornalismo.
Ieri stavo facendo una ricerca sulle News della CBS da quando Bari Weiss è diventata editor in chief e ho chiesto all’AI (Gemini con abbonamento pro) di farmi una sintesi dei dati di audience. Mi ha risposto che Bari Weiss non ha alcun ruolo in CBS. Si tratta solo di voci. Quando le ho detto che forse avrebbe dovuto aggiornare il suo dataset con informazioni più recenti ha ribadito che era sicura di quello che stava dicendo e che forse io stavo “allucinando”.
Si è ricreduta solo quando le ho dato la data esatta in cui Bari Weiss è diventata editor in chief di CBS News e le ho detto di ricontrollare per l’ennesima volta. Alla fine si è convinta, si è scusata e mi ha fornito i dati Nielsen. Ovviamente sbagliati. Alla fine le ho chiesto di farmi un update settimanale con i dati Nielsen dei principali programmi di News di CBS. In particolare di quelli di Evening News perché Weiss ha cambiato l’anchor e pare che sia l’ennesima cosa che ha ciccato alla grande. Vedremo quello che succederà, ma so benissimo che dovrò fare un check alle risposte che mi fornirà.
Questo per dire che l’AI generalmente fa risparmiare un sacco di tempo, ma a volte fa perdere un sacco di tempo. E che, comunque, è meglio usarla per aiutarti su argomenti che conosci abbastanza bene.
ps. Uso il femminile perché in italiano non abbiamo il neutro e “intelligenza” è un nome femminile.
Oggi, sul Corriere della Sera, c’è una riflessione di Aldo Grasso (in larga parte condivisibile) sulla sentenza con cui la Corte d’assise d’appello di Milano ha ridotto a 24 anni la pena per Alessia Pifferi che avrebbe fatto morire di stenti la figlioletta Diana. L’interesse di Grasso – e il mio – è per quella parte del dispositivo che è una vera e propria requisitoria contro i cosiddetti “processi mediatici”.
«Il caso – ricorda Grasso citando il provvedimento – è divenuto per lo più oggetto di quel malvezzo contemporaneo, approdato a vette parossistiche con i moderni mezzi di comunicazione, chiamato processo mediatico, che ha fatto del processo penale un genere televisivo di svago e intrattenimento».
«Anatemi – un’altra citazione – su quella sentenza che abbia l’ardire di non infliggere ergastoli o, se inflitti in prime cure, di riformarli, escludendo aggravanti o riconoscendo attenuanti, così ponendosi in conflitto con “la giustizia attesa”, cioè quella conforme al “comune sentire”».
Tutto molto chiaro e molto giusto. Però, si parva licet, ci dovremmo anche ricordare che in quel processo ci fu uno scontro durissimo tra il pubblico ministero e la difesa che arrivò a coinvolgere anche le psicologhe del carcere di San Vittore.
In pratica la Procura di Milano aprì un secondo filone di indagini. L’ipotesi accusatoria era che le psicologhe del carcere di San Vittore e l’avvocata difensore, Alessia Pontenani, avessero “fabbricato” a tavolino un deficit mentale dell’imputata. Questo secondo filone si è basato su tattiche investigative molto invasive (intercettazioni e captazione di messaggi). Le psicologhe esprimevano critiche verso il sistema giudiziario o discutevano in modo informale del caso. Il PM sosteneva che le professioniste avessero abbandonato il loro ruolo istituzionale di “assistenza” per diventare, di fatto, consulenti occulte della difesa, arrivando a suggerire alla Pifferi come comportarsi o cosa dire per apparire “meno capace”.
Questo filone d’inchiesta si è chiuso alla fine del 2025 con una assoluzione piena per tutti gli imputati
Ma, e qui concludo, se è giusto notare come il “processo mediatico” sia diventato un problema e se è giusto (anzi necessario) richiamare il sistema mediatico (o quel che ne rimane, vista la frammentazione delle piattaforme social e del pulviscolo di “creator” il più delle volte improvvisati), non è forse il caso di richiamare anche le parti del processo – in questo caso la Procura – a comportamenti meno estremi o, meglio, per usare una espressione che la Cassazione ha usato per le trattazioni giornalistiche, a comportamenti più “continenti” anche nelle ipotesi investigative che, a volte, sembrano fatte apposta più per il “processo mediatico” che per quello “reale”?
Oggi è uscito il report “Trends and Predictions 2026” del Reuters Institute of Journalism a cura di Nic Newman. Si tratta della bibbia per quel che riguarda le tendenze e le previsioni sul giornalismo.
Ho chiesto a NotebookLM di fare una sintesi:
Il settore giornalistico si trova ad affrontare una fase di transizione critica, definita da una “tempesta perfetta” guidata dall’Intelligenza Artificiale Generativa e dall’economia dei creator. La fiducia nelle prospettive del giornalismo è bassa, con solo il 38% dei dirigenti dei media che si dichiara fiducioso per l’anno a venire.
Ecco le sfide principali che emergono:
1. Il Declino del Traffico e l’Era degli “Answer Engines“
La sfida più immediata è economica e distributiva. I motori di ricerca si stanno trasformando in “Answer Engines” (Motori di Risposta) guidati dall’IA, che forniscono informazioni direttamente nelle finestre di chat o nei riepiloghi, eliminando la necessità per l’utente di cliccare sui siti degli editori.
• Crollo delle visite: Gli editori prevedono un calo del traffico dai motori di ricerca superiore al 40% nei prossimi tre anni. Questo fenomeno, noto come “Google Zero”, implica che i contenuti vengano consumati sulle piattaforme senza generare visite al sito d’origine.
• Ottimizzazione complessa: Le vecchie strategie SEO stanno lasciando il posto alla AEO (Answer Engine Optimisation) e alla GEO (Generative Engine Optimisation), costringendo gli editori a ripensare come strutturare i contenuti per essere visibili ai chatbot.
2.La Crisi della Fiducia e l'”AI Slop”
Il panorama digitale è invaso da quello che viene definito “AI Slop”: una marea di contenuti di bassa qualità, generati automaticamente, che minaccia di soffocare il giornalismo verificato.
• Disinformazione e Deep-fake: L’uso di IA per creare immagini e video iper-realistici manipolati sta aumentando, complicando la distinzione tra realtà e finzione, specialmente durante i periodi elettorali.
• Attacchi Politici: I politici stanno adottando il “playbook Trump 2.0”, aggirando i media tradizionali per comunicare direttamente tramite podcast o social, e attaccando i giornalisti etichettandoli come “fake news” per minarne la credibilità.
3.La Competizione con la “Creator Economy”
I media tradizionali faticano a mantenere la rilevanza rispetto ai singoli creatori di contenuti e influencer, che offrono un approccio più personale e “autentico” alle notizie.
• Fuga di talenti e attenzione: Il 70% degli editori è preoccupato che i creator sottraggano tempo e attenzione al pubblico, mentre il 39% teme di perdere i propri migliori giornalisti, che potrebbero mettersi in proprio su piattaforme come Substack o YouTube.
• Video-ficazione: L’attenzione si sta spostando massicciamente verso il video (YouTube, TikTok), costringendo gli editori a investire in formati verticali e visivi, spesso a scapito del testo.
4. Modelli di Business sotto Pressione
Nonostante l’ottimismo di alcuni editori sui propri business specifici (in particolare quelli basati su abbonamenti di alto profilo), il modello generale è a rischio.
• Licenze IA insufficienti: Sebbene ci sia interesse nel far pagare le piattaforme IA per l’uso dei contenuti, solo il 20% degli editori si aspetta che questi accordi diventino una fonte di reddito significativa. Molti (20%) non prevedono alcun introito.
• Barriere all’innovazione: La mancanza di risorse finanziarie e di competenze tecniche (o di allineamento interno) impedisce a molte redazioni di innovare abbastanza velocemente per tenere il passo con i cambiamenti tecnologici.
5. Adattamento dei Contenuti e “Liquid Content”
Per sopravvivere, il giornalismo deve diventare più distintivo. Gli editori stanno riducendo la copertura di notizie generali (commoditizzate dall’IA) per concentrarsi su reportage originali, analisi e storie umane.
• Contenuto Liquido: Si va verso il concetto di “Liquid Content”, ovvero storie che non sono statiche ma si adattano in tempo reale al contesto, all’orario e alle interazioni dell’utente, spesso riassunte o riformattate da agenti IA.
Conclusione
Il giornalismo del 2026 si trova di fronte a un “effetto bilanciere” (barbell effect): da un lato c’è la necessità di spingere su un giornalismo umano, distintivo e di alta qualità che l’IA non può replicare; dall’altro, c’è la spinta ad adottare l’automazione spinta per efficienza e scala. Chi rimarrà nel mezzo, offrendo notizie generiche senza una chiara proposta di valore o efficienza tecnologica, rischia di essere schiacciato.
In sintesi (è sempre NotebookLm che ha elaborato la metafora)
Immagina il panorama dell’informazione del 2026 come una città colpita da un’alluvione. L’acqua che sale rappresenta l’“AI Slop” (contenuti generati automaticamente e di bassa qualità) che inonda le strade, rendendo difficile muoversi e trovare punti di riferimento (la verità). I vecchi percorsi sicuri (i motori di ricerca tradizionali) sono sommersi o deviati. In questo scenario, le testate giornalistiche non possono più limitarsi a essere negozi che aspettano i clienti; devono diventare fari o imbarcazioni di salvataggio: strutture elevate, ben visibili e costruite con materiali solidi (fiducia e verifica umana), capaci di guidare le persone attraverso il diluvio verso informazioni sicure, offrendo qualcosa che l’acqua non può replicare: il calore e la connessione umana.
“Non dite a mia madre che faccio il giornalista. Pensa che io sia il pianista di un bordello”. Questa citazione (un po’ cambiata) del titolo di una famosa autobiografia di Jacques Seguela (grandissimo pubblicitario francese) mi è venuta in mente leggendo – sul sito del Nieman Lab – un articolo sul report del News Literacy Project che dà conto della percezione del mondo delle news da parte degli adolescenti americani. Il titolo è tutto un programma: “Biased, boring and bad”.
“The majority of teens view news media negatively. An overwhelming majority of teens (84%) express a negative sentiment when asked what word best describes news media these days”.
Insomma, abbiamo toccato il fondo. Ora dobbiamo risalire (o iniziare, come temo, a scavare)
Questa sera sono stati assegnati i premi Pulitzer, il maggior riconoscimento possibile per i giornalisti (e le testate) USA. I premi sono divisi per categorie e toccano tutti i generi giornalistici, comprese le vignette, che, negli States, sono considerati editoriali, cioè opinioni e sono pubblicati, appunto, nella pagine dei commenti di opinione.
Quest’anno il Pulitzer per l’Illustrated Reporting and Commentary (in questo caso, Illustrated Commentary) è andato a Ann Telnaes l’autrice della famosa vignetta (che metto come illustrazione) che non è stata pubblicata dal giornale per cui ha lavorato per 17 anni, cioè il Washington Post, perché il proprietario del WP – e di Amazon -, cioè Jeff Bezos, non ci faceva una bella figura.
Insomma, il Washington Post si prende – e rivendica – un Pulitzer per una giornalista che se ne è andata perché la vignetta che aveva disegnato, e per la quale ha preso il premio, non è stata pubblicata. Sono tempi strani e divertenti, ma di un’allegria da naufraghi alla deriva tra gli squali.
Qual è lo stato a cui Trump ha imposto le tariffe più alte? Non è uno dei soliti sospetti (Cina, Eu, i cattivissimi Canada e Messico e neppure gli infidi vietnamiti), ma un piccolo stato africano, il Lesotho.
Ai beni che provengono dal Lesotho l’Amministrazione Trump ha imposto dazi al 50%. La ragione dietro a questa idiozia è il fatto che il Lesotho – stato con una popolazione poverissima – non importa praticamente nulla dagli Stati Uniti e esporta negli Usa una cosa parecchio preziosa, cioè i diamanti.
Da qui lo squilibrio della bilancia commerciale che porta – tramite la demenziale formula usata per stabilire i “dazi reciproci” – alle tariffe del 50%.
Come questo possa aiutare il reshoring della manifattura degli Stati Uniti non è dato sapere, visto che non ci sono miniere di diamanti negli States anche perché non ci sono diamanti da estrarre.
L’unica cosa evidente è che alla Casa Bianca c’è un enorme idiota i cui collaboratori sono egualmente – o forse più – stupidi o non abbastanza in gamba – avendo avuto giorni per studiare una strategia meno insensata – da suggerire cose meno cretine.
E il fatto che ci sia un idiota alla Casa Bianca è il peggior scenario possibile, visto che se si trattasse solo di un criminale almeno massimizzerebbe il proprio tornaconto personale. Mentre gli idioti – come insegna Cipolla – fanno danni a sé e agli altri.
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