
Oggi ho letto sul Corriere della Sera che è morto a Milano – la città dove ha vissuto e insegnato praticamente tutta la vita -, Virgilio Melchiorre, il mio professore di Filosofia morale alla Cattolica. Professore amatissimo da me e da migliaia di studenti.
Le sue lezioni – al terzo piano dell’edificio di via Sant’Agnese, perché all’epoca era il direttore della scuola di specializzazione in Comunicazione sociali – erano uno spettacolo, ma non per gli effetti speciali, visto che non era un imbonitore nato, come altri professori (peraltro molto bravi) come Giovanni Reale, l’unico persona che ho visto parlare inglese con un forte accento della Grecia classica, visto che il suono del suo “th” era una theta molto marcata. No, Melchiorre non era così. Era più colloquiale che professorale, intimo e emozionante, anche se rigoroso nell’analisi.
La parte seminariale del mio secondo anno di frequenza – con il mio piano di studio Filosofia morale doveva essere biennalizzata – era un corso sul senso della morte. Un corso bellissimo, almeno nei miei ricordi, tutto basato sull’analisi di due metafore che nei vangeli alludono alla parusia, cioè al compimento dei tempi con la seconda venuta di Cristo. Due metafore – quella del giorno del giudizio che “viene come un ladro nella notte” e quella della fioritura del fico, che è sì inaspettata, visto che avviene dal giorno alla notte, ma che è individuata da segni che possono essere colti se si guarda con attenzione – che Melchiorre applicava alla morte di una persona cara. Una scomparsa che per lui, che aveva una fede profonda, era un perdersi che però apriva a una dimensione diversa, nella speranza, appunto, di un approdo più alto.
Io, che non sono credente, invece, posso solo testimoniare lo stupore della perdita di una persona che è stata importante per la mia formazione e, anche, il fatto che questo sprofondare nel nulla, questo svanire nell’inanimato, è sì una lacerazione nella rete dell’esistenza, ma è una ferita che non fa venir meno il ricordo e l’arricchimento intellettuale di chi ha avuto la fortuna di averlo conosciuto. Che a sua volta può testimoniare il suo valore e il suo calore umano e la sua capacità di essere maestro. E anche questo è un “estote parati!” minore, una tenue luce messianica che illumina la notte del lutto.

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