Europa amara per Facebook

Il 2018 è stato forse l’anno peggiore per Facebook che, dal giorno della fondazione (nel 2004, giova ricordarlo perché ormai il social network è talmente potente che ci si scorda che ha solo 14 anni di vita), non si è mai trovato in una situazione tanto delicata. E anche le ultime settimane sono state piene di dolori e problemi per l’azienda le cui azioni – come tutte quelle del settore tecnologico, va detto – sono in calo costante dopo i picchi di metà anno.

Le ultime disavventure partono dal rifiuto di Mark Zuckerberg di presentarsi davanti alla Commissione per il Digitale e i Media della Camera dei Comuni britannica che indaga su «disinformazione e fakenews». La sedia vuota con il nome del fondatore del social network di fonte a quelle occupata dai deputati di 9 Paesi invitati a presenziare all’audizione ha fatto il giro del web. E ha sporcato un po’ l’immagine da bravo ragazzo di Zuckerberg, mostrandone l’arroganza da navigato capitano d’industria. Ma questa non è la fine della storia perché il presidente della Commissione, il conservatore Damian Collins, ha pubblicato alcuni documenti, fatti da lui stesso sequestrare d’autorità a un manager di passaggio a Londra, da cui sembrano emergere nuovi indizi di vecchie pratiche di abuso dei profili degli utenti. Le 200 pagine di email interne svelate evidenziano in particolare la condivisione – si sospetta a pagamento – di dati personali di utilizzatori con altre aziende. Facebook ha smentito tutto, però è l’ennesima tegola che cade sulla testa di Zuckerberg.

Ma non è finita qui. Perché anche in Italia si è aperto un nuovo fronte. Infatti l’Antitrust ha stabilito che la società americana dovrà pagare due multe per un valore complessivo di 10 milioni di euro (il massimo edittale) per aver utilizzato a fini commerciali i dati dei suoi utenti senza che questi ne fossero consapevoli. Facebook si è difeso notando che «le persone hanno il possesso e il controllo delle loro informazioni personali» e ha promesso di collaborare con l’Authority italiana. Ma anche in questo caso conta di più l’effetto sul brand delle accuse rispetto all’entità del danno monetario. E il punto è proprio questo: Zuckerberg non sembra avere una strategia per confrontarsi con i decisori europei. E qui non basta avere la faccia del bravo ragazzo. O perlomeno, la faccia aiuto, ma è meglio avere un esercito di lobbisty come quelli assunti per tenere a bada il Congresso Usa.

Analisi pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 10 dicembre 2018

Recensione de «Gli Spaiati» di Ester Viola

E’ probabilmente falso dire che «il mare non bagna Napoli» come afferma Anna Maria Ortese nel titolo della sua raccolta di più famosa. È sicuramente vero che il mare non bagna Milano. Tuttalpiù, per i weekend d’estate, c’è Santa Margherita. Di questo Olivia Marni – nel nuovo libro di Ester Viola, «Gli spaiati», Einaudi, 2018, 17 euro – si rende conto subito nei primi giorni a Milano. Poi c’è freddo, c’è la nebbia (non quella di Benevento, d’accordo), si mangia male e si spende troppo in locali pretenziosi e piccoli come scatole di scarpe.

E comunque mica l’ha scelto Olivia tutto questo freddo. Semplicemente si è trasferita perché si è trasferito Luca Ardenghi, il suo capo e ora il suo compagno. E nemmeno Luca ha deciso autonomamente il trasloco: è arrivato a Milano perché la sua ex moglie, lei sì, ha deciso di cambiare città e vita. Oltre che stato civile. Ci sono i bambini di mezzo e Luca è (cioè, si considera) un buon padre, quindi «trasloco a Milano» come scelta obbligata. Così Olivia, un po’ come le salmerie di Napoleone che seguono l’esercito, il quale a sua volta si adegua alle decisioni dell’imperatore, si ritrova in un nuovo studio e in una nuova città, anche se il lavoro è sostanzialmente lo stesso, cioè quello del libro precedente: avvocato divorzista.

E naturalmente Olivia ha un nuovo status: quello di accoppiata in un mondo di spaiati, cioè di persone sole, che hanno lasciato o che sono state lasciate; che non hanno trovato o non sono state trovate, dolci mele, alte sul ramo più alto. La storia dell’amore spaiato è sempre quella ed è talmente così da sempre che per capirla ti aiuta anche Platone. Come racconta – o meglio fa raccontare nel «Simposio» a Aristofane – è tutta colpa di Zeus. E un po’ della hybris degli umani che quando si tratta di prendere d’assalto l’Olimpo son sempre pronti. Così Zeus con un fulmine li divide tutti. Perché, mi sono dimenticato di dirlo, all’epoca noi umani eravamo tondi, con quattro braccia, quattro gambe, due teste e due organi sessuali (si presume anche quattro reni e quattro polmoni, ma non è specificato). Il succo è questo: da allora noi umani siamo alla ricerca della nostra metà perduta. Il desiderio è questo anelare all’unità.

Solo che alcuni alla fine non la trovano la metà a cui ricongiungersi. E in effetti non è facile. Statisticamente, intendo. Così stanno da soli, struggendosi. O stanno in coppia, ma non troppo sicuri, cercando di darsi un tono, come Olivia che è quasi kierkegaardiana nella sua decisione etica di stare attaccata a Luca, ripetendo giorno per giorno la sua scelta. Bambini compresi.

Eppure, per dirla sempre con Platone, che questa volta fa parlare Diotima, Eros, l’Amore, è figlio di Penìa (la Povertà) e Pòros (la Ricchezza). É sazio, ma sempre affamato. É ricco, ma sempre povero. É appagato, ma sempre in cerca di qualcosa d’altro. Quindi aspettiamoci sviluppi a breve. Magari un ritorno a Napoli. Al suo mare, al suo vulcano, ai suoi cornetti. Del resto è il luogo dove accade tutto anche in questo libro così (fintamente) milanese.

Recensione pubblicata sulla Gazzetta di Parma del primo dicembre 2018

Il governo è nuovo, le scuse sono vecchie

E’ vero che non si vive solo di «numerini», come ci ricordano un giorno sì e l’altro pure gli esponenti del governo, ma quelli resi noti ieri dall’Istat sono «numerini» preoccupanti. Infatti certificano che l’economia italiana è in frenata nel terzo trimestre di quest’anno per la prima volta dal 2014. Si tratta di una variazione minima (-0,1% rispetto al trimestre precedente), ma vale per l’inversione del trend di crescita. Così la variazione acquisita per il 2018 è pari a +0,9% (al posto del +1,2% delle stime). Ma non è finita qui. Infatti anche i «numerini» del mercato del lavoro non sono esaltanti. La disoccupazione a ottobre, infatti, è al 10,6% con una crescita di 0,2 punti su settembre. La disoccupazione giovanile, poi, sale ancora di più (è al 32,5%).

 Come si vede dati non drammatici, ma sicuramente preoccupanti e che, sopratutto, indicano una tendenza negativa che presto potrebbe sfociare in una recessione. Ci sono, poi, molti dubbi che una manovra, come quella impostata dal governo, tutta puntata sulle spese sociali e non sugli investimenti, possa invertire il trend.

Però l’esecutivo sembra essere fin troppo ottimista con il premier Conte che dice che «il Pil verrà fatto crescere» e con i vicepremier che se la prendono, come da copione, con l’operato dei governi precedenti. Eppure l’esecutivo è in carica da mesi e non da pochi giorni. E tutto questo conferma il fatto che in Italia cambia tutto, ma nessuno si prende mai la responsabilità di niente.

Editoriale pubblicato il primo dicembre 2018 sulla Gazzetta di Parma

Lo scorporo della rete, ultimo atto del dramma Telecom

Chissà come se la ride, su nel cielo, il compianto Angelo Rovati, l’ex cestista amico e consigliere di Romano Prodi allora premier, che per primo presentò un progetto – il famoso e famigerato «piano Rovati» – per scorporare la rete telefonica da Tim che allora si chiamava ancora Telecom Italia. Il piano si proponeva di rimettere in discussione la proprietà della rete fissa di Telecom, per ironia della sorte privatizzata dallo stesso Prodi nel 1998. E privatizzare con la rete, il suo asset principale. Le reazioni furono durissime. Marco Tronchetti Provera parlò di «stalinismo» e il centrodestra diede battaglia in Parlamento per l’ingiustificata interferenza della mano pubblica negli affari di una società privata. Naturalmente non se ne fece niente. Correva l’anno 2006 e Rovati – che poi morì per un tumore – per questo perse il posto. Anche Tronchetti Provera alla fine uscì da Telecom, oberata dai debiti di due «leveraged buy out» consecutivi, il suo e quello precedente di Roberto Colaninno e dei «capitani coraggiosi» di dalemiana memoria in quella che forse è stata la più sfortunata tra le grandi privatizzazioni italiane, visto che ha generato solo perdite in conto capitale per gli azionisti e dividendi avari, se non inesistenti. E ha prodotto una società talmente fragile da non essere in grado di investire il dovuto in un mercato ipercompetitivo.

Lo scorporo fu tentato anche da Franco Bernabè, allora ad della società telefonica, che però incontrò la resistenza di quello che era il socio maggioranza, cioè Telefonica. E anche in questo caso il progetto naufragò per poi tornare, ciclicamente, in superficie ogni volta che i traballanti assetti di Tim cambiano, modificando a cascata strategie e ponti di comando. Ora sembra che sia arrivata la volta buona, anche se non si può mai dire, visto che, come abbiamo visto, si tratta di una storia lunga e tortuosa. Il soggetto con cui sposare Tim è stato trovato, cioè Open Fiber, società fortemente voluta dal governo; la defenestrazione rituale dell’ad, c’è già stata, visto che Amos Genish, espressione dell’ex socio di maggioranza, cioè Vivendi, è stato cacciato; il nuovo ponte di comando è già stato approntato dai nuovi soci forti, cioè l’alleanza tra il fondo speculativo Elliott, Cassa Depositi e Prestiti e alcuni fondi italiani e stranieri, e il nuovo capitano, Luigi Gubitosi, si è insediato. La strada è stata spianata dall’attuale governo, ma, se vogliamo dirla tutta, era stata ampiamente preparata dal governo precedente a trazione Pd che aveva deciso di aiutare l’assalto di Elliott ai traballanti asset di Tim, grazie all’intervento di Cdp. Era naturale che Elliott, un «fondo locusta» che spezza le aziende decotte per poi rivenderle a pezzi, cercasse lo scorporo della rete. E’ piuttosto ipocrita stupirsene ora, come fa la minoranza che solo pochi mesi fa era maggioranza. Con il senno di poi Telecom non andava privatizzata con la rete. Ma senza rete non avrebbe fatto abbastanza cassa e c’era da entrare nell’euro. E così la scelta fu obbligata. Quelli che ci perderanno sono al solito gli azionisti – soprattutto quelli piccoli che non hanno ancora venduto un titolo da sempre in caduta libera -, ma anche questa è una tradizione nel caso di Telecom Italia-Tim. Resta da dire che è bizzarro che questa grossa rivoluzione sia possibile grazie a un emendamento – come pare, visto che se ne discuterà proprio stasera – e non grazie a un provvedimento di più largo respiro, ma bisogna accontentarsi.

I vantaggi di una sola rete di fibra ottica, capace di portarla fino alla porta del condominio, sono evidenti. Si potrà fare a meno delle duplicazioni e la cablatura del Paese andrà molto più velocemente, preparandolo alla nuove sfide della manifattura 4.0, dell’Internet delle Cose (IoT), delle nuove frontiere della distribuzione dei contenuti. I problemi sono due: uno è occupazionale, visto che si rischiano esuberi tra il lavoratori di Tim che sono già stati «limati» a più riprese. L’altro è finanziario, visto che, per remunerare gli investimenti, i costi di connessione saliranno. E non è detto che si riesca a convincere gli italiani, finora piuttosto tiepidi, che a loro tutta questa connettività serva a qualcosa.

Analisi pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 26 novembre

Brexit, la May si è cacciata in una strada senza uscite

«There will be difficult days ahead», «Abbiamo davanti giorni difficili», titolava ieri mattina il «Daily Telegraph», il più conservatore tra i grandi giornali inglesi riprendendo una frase profetica pronunciata la sera prima da Theresa May presentando la bozza di accordo per la Brexit. E i «giorni difficili» per la May sono iniziati subito: con le dimissioni a valanga nel governo, con la sfida ormai pubblica alla sua leadership all’interno del partito conservatore e con la conclamata mancanza di una maggioranza parlamentare, visto che gli unionisti nordirlandesi hanno ritirato il loro appoggio al governo.

 Le dimissioni sono pesantissime: ormai se ne sono andati in sette, tra cui il ministro e il sottosegretario alla Brexit (si tratta della seconda sostituzione per questa carica), così come il ministro per l’Irlanda del Nord, la persona che si sarebbe trovata a gestire la vera «patata bollente» cioè la questione del confine-non confine tra Irlanda del Nord e Irlanda. Per non parlare della mozione di sfiducia tra i tories che probabilmente troverà i voti necessari.

Ma i problemi non sono solo all’interno dei conservatori. Le 585 pagine della bozza di trattato, infatti, sono un pasticcio difficilmente digeribile dall’opposizione e che, quindi, difficilmente sarà digerito in Parlamento. Perciò la prospettiva più probabile è quella di un’uscita senza accordi. Una tragedia. Oppure quella di un nuovo referendum. Ma questa rimane l’ipotesi meno realistica. Purtroppo.

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 16 novembre 2018

L’annus orribilis di Facebook

«Delay, Deny and Deflect», cioè, «ritardare, negare e sviare»: questa è stata, secondo il New York Times, la strategia che i vertici di Facebook – Mark Zuckerberg e Sheryl Sandeberg, l’amministratore delegato e la chief operating officer – hanno usato per cercare di uscire dalla profonda crisi del popolare social network. I due, secondo l’inchiesta del giornale newyorkese, erano troppo concentrati sulla crescita della loro creatura e così hanno ignorato i segnali d’allarme e poi cercato di nasconderli. «In alcuni dei momenti critici negli ultimi tre anni», mette in evidenza il New York Times sulla base di interviste con una cinquantina di dipendenti ed ex dipendenti di Facebook, i due al vertice dell’azienda «erano distratti da progetti personali e così passavano le decisioni sulla sicurezza e quelle riguardanti la politica a dei sottoposti». Poi, come detto, una volta combinato i pasticci – cioè, per citare solo gli scandali più gravi, il tentativo dei russi di condizionare le presidenziali Usa del 2016 grazie al social network e la profilazione «sporca» attuata da Cambridge Analytca – i due hanno ripetutamente negato, arrivando a sviare l’attenzione dai problemi della società alimentando la disinformazione, anche quella contro George Soros assoldando per questo una società di pubbliche relazioni specializzata.

Naturalmente la società e i vertici hanno respinto tutte le accuse che Zuckerberg ritiene «semplicemente false». Il Cda della società, invece, parla di «numerose imprecisioni» nelle ricostruzioni, e mette in evidenza i passi in avanti compiuti nei controlli, anche sul fronte dei discorsi di incitamento all’odio e ribadisce di aver chiesto allo stesso Zuckerberg e alla Sandberg un’azione più rapida sulle interferenze russe, ritenendo però «ingiusto» pensare che questi ultimi ne fossero a conoscenza.

Con questi chiari di luna non c’è da stupirsi se il morale dei dipendenti del social network sia basso, come certifica un sondaggio riportato dal Wall Street Journal. Ma questo è il problema minore perché ormai negli Stati Uniti si chiede apertamente, da parte dei media e del ceto politico, una legge per regolamentare l’attività dei social network e probabilmente non basterà più la faccia da bravo ragazzo di Zuckerberg che recita il «mea culpa» per evitare che succeda.

Analisi pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 19 novembre 2018

La politica ha perso il significato delle parole

E’ stato un fine settimana in crescendo. Prima c’è stato il battibecco tra il sindaco di Milano Beppe Sala e il vicepremier Luigi Di Maio sulla chiusura domenicale delle attività economiche. Sala con spirito polemico molto milanese – e con un po’ di sicumera, anch’essa molto milanese – ha invitato il governo a chiudere i negozi ad Avellino e a non rompere «le palle» – altra espressione molto milanese – alla capitale industriale (e morale, aggiungerebbero i milanesi) del Paese.

Luigi Di Maio – che non è milanese, ma campano – se l’è presa. E forse non a torto. Ma al posto di far notare i luoghi comuni di Sala («A Milano si lavora, ad Avellino si sonnecchia») ha detto che il sindaco è un «fighetto». E per rendere più pepato l’epiteto ha aggiunto «del Pd». E dire che Sala ha decine di anni di carriera da manager alle spalle, cosa che non si può dire dell’azzimatissimo Di Maio.

Ma l’assurdo l’abbiamo raggiunto ieri, quando Matteo Salvini ha detto all'(ex) alleato Silvio Berlusconi di smettere di lamentarsi come un «frustrato di sinistra», trasformando l’uomo che – parole sue – si è sempre battuto con il sole in tasca contro il comunismo in un vecchio brontolone. E di sinistra.

Il teatrino della politica ha sempre avuto i suoi riti e le sue parole di legno, autoreferenziali e staccate dalla realtà, ma siamo arrivati oltre il limite di guardia. Però vedrete che anche di questo daranno la colpa ai giornalisti.

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 12 novembre 2018

Il catenaccio di Trump ha evitato la disfatta

Il voto di metà mandato Usa è andato più o meno come avevano previsto i sondaggi: i democratici hanno conquistato la Camera con un buon margine, come accade di solito in questo tipo di elezioni al partito di opposizione; i repubblicani hanno conservato – e anzi aumentato – l’esile maggioranza che avevano al Senato. E anche questo era ampiamente previsto. La differenza tra il voto della Camera e quello del Senato dipende soprattutto dal fatto che, mentre la Camera viene rinnovata per intero ogni due anni, i seggi in palio al Senato sono solo un terzo di quelli totali e quest’anno la mappa elettorale favoriva i repubblicani piuttosto che i democratici. Anche la corsa per i governatori è andata come previsto: i democratici hanno vinto in molti Stati, ma la perdita per i repubblicani non è stata massiccia come poteva essere. Nelle sfide più seguite mediaticamente, quelle per la Georgia e quella per la Florida, poi, i repubblicani hanno tenuto e gli sfidanti democratici sono stati battuti anche se di misura.

In termini calcistici possiamo quindi dire che il «catenaccio» impostato da Donald Trump ha evitato una sconfitta netta del Grand Old Party (così viene chiamato il partito repubblicano). Il presidente ha, giustamente, dato per perso il Congresso e ha concentrato i suoi sforzi sui seggi più importanti del Senato e sulle battaglie di maggior spessore a livello governatoriale. Una strategia vincente che ha permesso di limitare le perdite. Una strategia che dimostra che Trump, con il suo stile comunicativo fiammeggiante e politicamente scorretto, è capace come nessun altro di portare alle urne e compattare i conservatori americani anche di fronte all’«onda azzurra» dei democratici.

Da oggi, però, si comincia già a impostare la campagna per le presidenziali del 2020. I democratici cercheranno di rallentare o bloccare il più possibile l’attività del presidente ora che hanno in mano la Camera che, tra l’altro, ha poteri di inchiesta molto ampi. Quindi per Trump sarà più difficile governare. Però il presidente in carica resta in ottima posizione per la vittoria, perché i democratici non hanno ancora una leadership chiara e il processo di scelta del candidato – con le primarie – potrebbe causare numerose lacerazioni. Resta da dire, comunque, che la personalità fiammeggiante di Trump capace di energizzare la propria base elettorale proprio per questo energizza anche l’opposizione che, in questo modo, ha meno bisogno di stimoli per andare al voto in modo massiccio. Quindi è probabile che tra due anni ci troveremo davanti a un altro referendum su Trump. A meno che dalle primarie democratiche non salti fuori un nuovo Barack Obama.

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma dell’8 novembre 2018

«Allegre apocalissi» di Giorgio Triani

Il futuro è un tema ricorrente della riflessione del sociologo parmigiano Giorgio Triani. E’ nel titolo del suo ultimo libro – «Allegre apocalissi. Il (passato) futuro che ci attende». Ma è anche il fulcro della riflessione del suo libro precedente, «Il futuro è adesso. Società mobile e istantocrazia», scritto nel 2013.

Ed è strano questo interessarsi al tema in una società che ha smesso di interrogarsi sul futuro perché è sempre meno attenta al senso della storia, visto che le grandi narrazioni del progresso sono morte – o meglio sono immerse in un sonno profondissimo e stregato, come i dormienti della mitologia celtica – con la fine del secolo scorso. Non si tratta certo del futuro banale dei futurologi che proiettano matrici di possibilità su un tempo lineare facendoci baluginare quinte da fumetto come quelli dei «Pronipoti», la serie a cartoni animati di Hanna e Barbera.

Quindi che tipo di futuro è quello che prevede Triani? Non è un futuro escatologico da fine della storia. Anche perché la storia è già finita un paio di volte per poi ritornare, sempre sull’onda dell’ultimo saggio di Francis Fukuyama. E non è neppure quello delle «magnifiche sorti e progressive» irrise dal Leopardi, anche perché l’idea di progresso si è estinta. Eppure non è il futuro disperato dei capolavori distopici della nostra tradizione, lo specchio scuro e distorto – ma più vero in termine di bruciante realtà esperienziale – delle utopie che hanno affollato il ‘900. E’, piuttosto, un futuro disperatamente allegro. Un futuro che nasce da uno sguardo che vede i vincoli e li teme, ma al tempo stesso tiene conto delle possibilità che questo vincoli aprono e prova a immaginarsi la via stretta per superarli.

Una via che non sia quella del pensiero fossile della ribellione o dell’assoluto appiattimento alla nostra realtà iperveloce. E’ come se l’angelo benjaminiano, con le ali non più impigliate nella tempesta del progresso, avesse imparato a sorridere e, nella debole luce messianica di questo sorriso, le macerie ai suoi piedi, per un istante, fossero sul punto di ricomporsi.

Recensione pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 6 novembre 2018

Una Netflix italiana? Improbabile

Per Luigi Di Maio è un vero e proprio chiodo fisso. Ormai non si contano più le volte che il vicepremier afferma di «essere fermamente convinto che la prossima Netflix sarà italiana». L’ultima volta è accaduto in un intervento sul catalogo dei Mia, il Mercato internazionale dell’audiovisivo che si è tenuto a Roma dal 17 al 21 ottobre. Le ragioni di Di Maio sono la solita macedonia di argomentazioni da convegno sulla piccola e media impresa, basate su una presunta creatività italiana che – nel campo dell’audiovisivo – si nutre di una specie di nostalgia fossile per l’età dell’oro del nostro cinema. Quella che è finita con gli anni ’70, per intenderci. Per dare un’idea della prosa del ministro eccone un esempio: «Le industrie culturali del nostro Paese – scrive Di Maio -, anche grazie alla forza lavoro dell’indotto, possiedono pienamente il potenziale per realizzare questo progetto ambizioso e per innescare meccanismi virtuosi che condurranno alla nascita e allo sviluppo di campioni nazionali capaci di investire in nuovi modelli di business».

Peccato che il desiderio del vicepremier sia molto difficile da realizzare per non dire impossibile. Prima di tutto per un evidente problema di dimensioni di mercato: Netflix si rivolge a un’audience globale e cosmopolita che sostanzialmente parla inglese. Solo grazie a questo ha intrapreso un’ambiziosa strategia di espansione globale, andando ad occupare nicchie di mercato linguistico sempre più piccole: sulla piattaforma si possono trovare anche serie tv finlandesi (tra l’altro ben fatte), ma il grosso dei contenuti è in inglese, anche perché è difficile trovare in Finlandia qualcuno che non capisca l’inglese a parte le renne.

Ma mettiamo pure che si avveri un miracolo e che «la forza lavoro dell’indotto» italiana sia perfettamente in grado di costruire contenuti adatti ad un’audience globale – e quindi sostanzialmente in inglese, non in italiano con forte accento regionale come accade ora -, manca poi tutto il resto. Per esempio la capacità delle aziende di reinventarsi come è accaduto a Netflix che originariamente era un videonoleggio che inviava per posta Dvd agli utenti. Prima che il mercato si esaurisse, l’azienda ha cambiato pelle. Per non parlare del polmone finanziario che permette a Netflix di investire miliardi di dollari. Quale azienda italiana sarebbe in grado di emettere bond societari così ingenti con uno spread che viaggia sui 300 punti?

Analisi pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 5 novembre 2018