Usa, il Midterm è un referendum su Trump

Tradizionalmente le elezioni politiche di midterm (quelle che si svolgono a metà del mandato presidenziale) non sono particolarmente partecipate. E tradizionalmente non favoriscono il presidente in carica. Ma quest’anno le cose potrebbero essere diverse. Nel senso che sicuramente le elezioni saranno molto partecipate, già ora è record nel voto anticipato, perché la figura di Donald Trump è molto divisiva e stimola all’azione. Ma non è detto che questo referendum sul presidente sia a lui sfavorevole. 
Le elezioni si terranno martedì prossimo, cioè il primo martedì di novembre come da tradizione.

Secondo i sondaggi – che però con Trump hanno già sbagliato una volta – il voto favorirà i democratici che dovrebbero riguadagnare la maggioranza alla Camera che viene interamente rinnovata. Discorso diverso per il Senato (che si rinnova solo per un terzo) che probabilmente rimarrà in mano ai repubblicani.

Ma Trump sta tentando il tutto per tutto per ribaltare il risultato. Di qui le affermazioni sempre più dure sull’immigrazione – con spot tv decisamente razzisti – e contro i diritti civili dei transgender. Fino alle affermazioni sull’abolizione – con decreto presidenziale – dello «Ius soli» che è garantito nel 14º emendamento della Costituzione Usa che è rigida come la nostra. Tutta carne rossa per il suo elettorato. La volta scorsa è stata una strategia vincente. Lo sarà anche stavolta?

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 2 novembre 2018

Dati come armi: Tim Cook lancia l’allarme

Non è facile di questi tempi trovare qualcuno che parli bene dell’Unione europea. Questa è un’epoca in cui qualunque tentativo di regolazione dell’attività umana viene sentito come un’insopportabile intrusione del legislatore nei rapporti tra individui. Eppure Tim Cook – l’erede di Steve Jobs alla guida di Apple – non ha avuto paura di lodare la Ue, anche se il contesto in cui tutto è avvenuto, una conferenza sulla privacy organizzata dall’Unione europea, ha certamente indirizzato la sua benevolenza.

Cook ha detto che serve un giro di vite anche negli Usa come quello che c’è stato a maggio in Europa, che, con il Gdpr – la normativa sul trattamento dei dati e sulla privacy -, è diventata «leader» tutela della privacy. Perché, ha detto, i dati personali sono «usati come armi contro di noi con efficienza militare», una vera e propria «sorveglianza» che finisce «solo per arricchire le società che li raccolgono». Cioè Google e Facebook che Cook, naturalmente, non ha citato. Sia perché era inutile, visto che tutti hanno capito l’allusione, sia perché non è fine dire male di aziende concorrenti.

Cook, ha difeso a spada tratta le decisioni di Apple che è attentissima alla privacy degli utenti. A volte sfidando i governi e il potere giudiziario che sempre più spesso chiedono di accedere al contenuto criptato nei device venduti dalla società. Ricevendo, almeno in prima istanza, un sonoro no. La crisi provocata dall’accumulo dei dati che noi spargiamo sulla rete e nei social «è reale, non è immaginata o esagerata», ha avvertito l’erede di Steve Jobs, portando a esempio il fatto che «malintenzionati o addirittura governi hanno approfittato della fiducia degli utenti per rendere più profonde le divisioni, incitare alla violenza e persino minare la nostra percezione condivisa di cosa è vero e cosa è falso».

I nostri «like», le nostre abitudini di navigazione, i nostri acquisti, le informazioni che lasciamo inavvertitamente tutte le volte che apriamo un profilo social o un account in un sito di e-commerce «consentono alle società di conoscerci meglio di noi stessi» e così gli algoritmi «possono bombardarci con contenuti sempre più estremisti, forgiando le nostre preferenze inoffensive sino a farle diventare granitiche convinzioni ideologiche». Insomma un mondo sempre più diviso in cui i «credenti» si affrontano a colpi di post o di tweet. In attesa di passare alle maniere forti nel mondo reale.

Analisi pubblicata sulla Gazzetta di Parma del 29 ottobre

Usa, il rischio del terrorismo a pochi giorni dal voto

Negli Stati Uniti è tornata la paura dei pacchi bomba. Non è una paura inedita: basta pensare a Theodore Kaczynski, meglio noto come Unabomber, il terrorista solitario e coltissimo (laurea ad Harvard e PhD in matematica all’università del Michigan) che colpì più volte durante un periodo di quasi diciotto anni, provocando 3 morti e 23 feriti. Unabomber, nel suo delirio antitecnologico, colpiva quelli che pensava fossero gli agenti di una rivoluzione informatica che avrebbe privato gli americani della loro libertà.
Questa volta, invece, le bombe hanno bersagli più consueti: sono persone – tutti democratici – che, in qualche modo, si sono opposte a Donald Trump: Barack Obama, Hillary Clinton, il vice presidente Joe Biden, George Soros, il miliardario che è una specie di bestia nera dei movimenti di destra, l’ex ministro della giustizia Eric Holder e – udite, udite – anche Robert De Niro reo di non sopportare Trump. Le indagini sono in corso e si spera che in breve tempo si trovi il responsabile – o i responsabili – di questi atti di terrorismo.

Ma questo succede a pochi giorni dalla elezioni di Midterm, che si terranno martedì 6 novembre, e dimostra l’asprezza di questa campagna elettorale che, se possibile, è anche peggio di quella delle ultime presidenziali. Ora bisognerebbe abbassare i toni. Ma nell’America attuale è un pio desiderio. E forse il problema è proprio questo.

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 26 ottobre 2018

Alitalia e il ritorno dello Stato imprenditore

A volte sono i piccoli slittamenti lessicali che segnalano la fine di un’epoca. Prendiamo i grandi gruppi italiani nei quali lo Stato ha ancora una partecipazione, come Eni, Enel, Terna, Leonardo, Snam e altri. Da un momento all’altro queste aziende sono passate dall’aspirazione ad essere «public company», cioè gruppi quotati in Borsa con un azionariato diffuso e gestite da manager che rendono conto ai mercati, alla dura realtà di essere tornate «aziende di stato». Gruppi a cui si può chiedere di accelerare i piani di sviluppo non per esigenze di mercato, quanto piuttosto perché il governo si è impegnato a raggiungere un ambizioso target di crescita del Pil.
Lo stesso è accaduto per Alitalia che sta per essere rinazionalizzata – diciamo così – attraverso l’intervento di Ferrovie e con i polmoni finanziari di Cassa Depositi e prestiti. Per i contribuenti non è un affare, visto che è un’azienda che senza una dura ristrutturazione – e con la perdita di posti di lavoro – non produce utili, ma perdite che saremo tutti chiamati a ripianare come abbiamo fatto finora. Ma a questo punto perché, come ha chiesto provocatoriamente l’altro ieri Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, non fare un bel referendum per decidere se lo Stato debba tornare a gestirla? E soprattutto il prossimo traguardo sarà quello di tornare a produrre panettoni?

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma del 20 ottobre 2018

Per Google una difficile maturità

Google ha appena compiuto 20 anni. La compagnia di Mountain View è stata, infatti,  fondata da Larry Page e Sergey Brin il 4 settembre 1998 anche se, da molti anni, la data ufficiale del «compleanno» è stata spostata al 27 settembre. Allora – come scritto in un post celebrativo sul blog della societa in cui si annunciano miglioramenti alle ricerche online – l’obiettivo «era quello di organizzare le informazioni del mondo e renderle accessibili e utili. Sembrava una missione incredibilmente ambiziosa all’epoca, anche considerando che nel 1998 il web consisteva in appena 25 milioni di pagine, grosso modo l’equiva- lente dei libri in una piccola biblioteca». Un obiettivo riuscito: Google è diventato il motore di ricerca più utilizzato al mondo grazie all’efficienza dei suoi algoritmi.

Ma con la crescita sono iniziati i problemi. La società di Mountain View delle origini aveva una fortissima componente etica oltre che obiettivi utopistici. Il motto aziendale, spaventosamente semplice e spaventosamente impegnativo, era «Don’t Do Evil», semplicemente «Non fare il male». Ma l’afflato originario fa fatica a sopravvivere in una struttura aziendale profondamente cambiata. E il motto stesso è scomparso dal codice etico della corporation.

Prendiamo il caso della falla nella sicurezza di Google+, lo sfortunato social network dell’azienda, di cui siamo stati informati la settimana scorsa. L’errore – molto grave – ha consentito agli sviluppatori esterni alla società di vedere le informazioni sui profili di mezzo milione di utenti. Fra queste nomi, indirizzi email e occupazione. Il problema software ha interessato un lungo arco temporale: dal 2015 a quest’anno, quando è stato scoperto. Il che vuol dire che ha consentito a 448 app di vedere le informazioni sensibili degli utenti. Un caso della stessa portata di quello di Cambridge Analytica che ha messo sotto scacco Facebook. Ebbene la società non ha avvertito nessuno della breccia e solo dopo che il Wall Street Journal ha divulgato l’informazione ha annunciato di aver chiuso agli utenti «privati» Google+ che molto presto sarà chiuso. Un comportamento quasi omertoso che tra l’altro potrebbe causare problemi seri alla società anche se il «bug» è stato riparato prima della partenza della nuova legge sulla privacy europea. Ma che dimostra che Google ormai è una corporation come le altre.

Analisi uscita sulla Gazzetta di Parma del 15 ottobre 2018

Ma queste non sono flat-tax e reddito di cittadinanza

«Le parole sono importanti», diceva Michele Apicella, il personaggio interpretato da Nanni Moretti in «Palombella rossa». La confusione linguistica ci arriva, di solito, dai mezzi di comunicazione. A volte, però, ci pensano le istituzioni. Prendiamo, per esempio, i due concetti chiave della manovra: la flat-tax e il reddito di cittadinanza. La flat-tax è una tassa ad aliquota unica che non tiene conto del reddito. E’ un sistema che premia chi è ricco e che, in teoria, serve soprattutto a fare in modo che la ricchezza liberata aiuti l’economia a crescere. L’idea di fondo è che le persone siano meglio dello Stato nell’allocazione delle risorse. Quindi meno Stato e più mercato. Cosa c’entri questo con la cosiddetta flat-tax al- l’italiana con più aliquote e che deve essere progressiva – perché è questo che prescrive la Costituzione – non si sa.

Stessa cosa per il reddito di cittadinanza. L’idea di fondo, siamo in piena utopia, è dare una certa cifra a tutti i cittadini. Questa somma dovrebbe servire a comperare sul mercato i vari servizi ora appannaggio dello Stato: dalla sanità all’istruzione. Anche qui il concetto di base è che il mercato è più efficiente dello Stato. Solo che il «reddito di cittadinanza» italiano è un misto tra una misura a sostegno dell’occupazione e una misura di assistenza. Elargita, per di più, con criteri da Stato etico. Un modo per retribuire i poveri facendoli restare poveri. Anche qui la distanza tra la realtà italiana e la teoria è siderale.

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma dell’8 ottobre 2018

La cyber guerra tra gli Stati è già iniziata

E’ stata una settimana piena di notizie sul fronte della guerra cibernetica che si sta combattendo tra le grandi potenze, cioè Russia, Cina e il blocco occidentale (Stati Uniti e paesi dell’Occidente). Prima l’Olanda ha accusato la Russia di avere messo a segno un attacco contro l’Opac, l’Agenzia per la proibizione della armi chimiche, che ha sede all’Aja, e ha convocato l’ambasciatore russo dopo aver espulso quattro agenti dei servizi segreti militari russi (Gru). Accuse alla Russia sono arrivate anche da Gran Bretagna e Australia, secondo le quali il Gru sarebbe dietro un’ondata di attacchi informatici «indiscriminati e temerari» contro istituzioni, imprese e media. Poi è stata la volta degli Stati Uniti: Il dipartimento di Giustizia Usa, infatti, ha incriminato sette appartenenti al solito Gru per una sfilza di accuse che vanno dagli attacchi al Comitato olimpico all’avvelenamento della ex spia russa Serghiei Skripal.

Ma non è finita qui. Un articolo di Bloomberg BusinessWeek ha accusato la Cina di aver usato piccolissimi chip per infiltrarsi nelle società tecnologiche americane, incluse Apple e Amazon. Grazie ai chip le spie cinesi sarebbero riuscite a raggiungere circa 30 aziende americane. I due giganti del web hanno smentito categoricamente, ma i dubbi restano.

E’ di qualche tempo fa, poi, la scoperta – e la divulgazione – dell’arsenale di «cyberarmi» usate dalle spie Usa. La morale di tutto questo è una sola: gli hacker più pericolosi sono i governi.

Analisi pubblicata sulla Gazzetta di Parma dell’8 ottobre 2018

La Ue mette Amazon nel mirino

La notizia è arrivata a metà della settimana scorsa. Amazon – il colosso dell’e-commerce che si contende con Apple il record delle società a maggior capitalizzazione di Wall Street (entrambe le aziende hanno un valore superiore a mille miliardi di dollari) – è finito sotto la lente dell’Antitrust Ue che vuol accertare se l’utilizzo della piattaforma da parte di altri venditori consenta alla società di raccogliere «dati sensibili» a proprio vantaggio acquisendo così di fatto una posizione dominante. Non si tratta di un’«indagine formale», ha detto il commissario Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager, ma si è a uno stadio iniziale e si «stanno raccogliendo informazioni». «La domanda riguarda i dati» che Amazon raccoglie dai commercianti più piccoli sul suo sito, ha continuato la Vestager – secondo quanto riferisce l’agenzia Bloomberg – e su come siano utilizzati «questi dati per fare i propri calcoli, su cosa vogliono le persone, che tipo di offerte vogliono ricevere, cosa li fa comprare cose. Questo ci ha spinto ad avviare un’indagine preliminare». Insomma, il dubbio è che Amazon, utilizzando i dati a sua disposizione, li usi per massimizzare la sue vendite a discapito di quelle delle terze parti.

Google è già stata nel mirino di un’inchiesta simile. Il caso è quello del servizio che faceva una comparazione dei prezzi. La Commissione ha ritenuto che Google si prendesse un vantaggio illecito sulla concorrenza. Alla fine – dopo ben otto anni d’indagine – la società è stata colpita da una megamulta da 2,4 miliardi di euro, che detto così sembra una gran cosa, ma alla fine è solo l’8% del flusso di cassa operativo di Google dell’anno scorso. Però questa volta, come nota il Financial Times, è stata la Commissione stessa a far partire l’indagine non aspettando un reclamo da parte delle aziende che si ritengono danneggiate. Questo dimostra che l’atteggiamento di Bruxelles è molto più aggressivo e le conseguenze potrebbero essere pesanti.

Ma al quartier generale di Amazon non sembrano troppo preoccupati. Secondo l’agenzia Bloomberg stanno pianificando negli Stati Uniti l’apertura di 3.000 supermercati alimentari «Amazon Go», senza cassa, nei prossimi anni. Insomma dal commercio virtuale a quello tradizionale. Con il solito mantra: «Distruggere i concorrenti e dominare il mercato».

Analisi pubblicata dalla Gazzetta di Parma del 24 settembre 2018

La Corte suprema Usa, tra reality e Pirandello

Il programma tv di maggior successo della settimana scorsa – almeno come quantità di reazioni sui mass media – non è stato uno show, una serie televisiva e nemmeno un «reality», ma la doppia audizione al Senato degli Stati Uniti per il pro- cesso di conferma di un giudice della Corte suprema, il massimo organo giurisdizionale americano che decide della costituzionalità delle leggi.

La Corte suprema è il più importante contrappeso al potere legislativo del Congresso e di quello esecutivo del presidente e del suo governo. I giudici sono incaricati a vita dopo essere stati designati dal presidente e confermati da un voto del Senato. Per questo è così importante per un presidente designare quanti più membri della Corte possibile, perché, in questo modo, se il giudice è abbastanza giovane e di salute non cagionevole, l’eredità ideologica della presidenza potrà durare più a lungo dei due mandati che sono il massimo concesso a qualunque «commander in chief».

Trump ha già nominato un membro della Corte suprema, Neil Gorsuch, e con la designazione di Brett Kavanaugh ha l’opportunità di cambiare per molto tempo gli equilibri del supremo organo giuridico, spostandoli in modo deciso verso l’ideologia del conservatorismo americano. Quindi i democratici sono sul piede di guerra per cercare di blocare Kavanaugh.

Ma non è il pur accesissimo scontro ideologico quello che ha stregato gli americani. Sono invece temi come la violenza sessuale e i rapporti di potere tra i sessi. Christine Blasey Ford – 51 anni, stimata docente universitaria di psicologia – ha infatti accusato Kavanaugh di aver tentato di stuprarla durante una festa negli anni del liceo. Poi ne è saltata fuori un’altra, Deborah Ramirez, che ha affermato di essere stata testimone di altri comportamenti impropri a Yale. Infine anche una terza donna si è fatta avanti.

Per questi motivi l’audizione della Ford e la replica di Kavanaugh sono diventati il programma tv della settimana. E qui sono iniziati i problemi del giudice. Perché la deposizione della Ford – con tutte le sue incertezze – ha ribadito un unico concetto: lei è sicura «al 100 per cento» che Kavanaugh ha tentato di violentarla. «Le risate di Brett e del suo compare mentre tentavano la violenza sono stampati nella mia memoria», ha detto la Ford. Kavanaugh, invece, non è stato così convincente pur ribadendo, in modo egualmente emotivo, lacrime comprese, la sua totale innocenza. La rabbia nemmeno mascherata ha giocato a suo sfavore. La verità televisiva non è razionale, ma emotiva: la fragilità attrae, la rabbia respinge. Così ora ci sarà un’ulteriore indagine della Fbi, che probabilmente non arriverà a conclusioni certe e inconfutabili. Ma a Kavananugh, se eletto, rimarrà lo stigma del violentatore. Il secondo giudice in questa Corte ad avere quel tipo di reputazione, tra l’altro. Infatti Clarence Thomas, anche lui conservatore, fu ugualmente accusato di molestie. Forse un po’ troppo per le donne americane che a novembre andranno al voto.

Editoriale pubblicato sulla Gazzetta di Parma del primo ottobre


Facebook, dimissioni a raffica

Ormai è un copione che si ripete. Facebook acquisisce un’applicazione di grande successo, pagando una cifra esorbitante, in contanti e azioni, ai fondatori che, nello stesso tempo, diventano dirigenti del più famoso social network del mondo. E’ successo con WhatsApp, è successo con Instagram. E in precedenza era successo, a un livello minore per soldi e clamore, con Friendfeed, un piccolo social network rivale di Facebook, che però aveva delle caratteristiche – una su tutte, la possibilità di commentare in tempo reale il «newsfeed», cioè la «timeline» che costituisce la nostra pagina Facebook – che facevano gola alla società di Menlo Park. Sono poche le startup che hanno la capacità di resistere alla forza attrattiva di Facebook. E’ tipo sottrarsi alla forza gravitazionale di un buco nero. Per ora solo Twitter e Snapchat lo hanno fatto e sono rimaste indipendenti. Con tutti i problemi – anche finanziari – che questo comporta.

Però il copione si ripete anche in seguito: i fondatori di queste società, dopo un breve periodo di luna di miele, si scontrano con il management di Facebook, o con Mark Zuckerberg stesso e alla fine se ne vanno. Certo di solito non sono addii traumatici, ammorbiditi come sono dai milioni di dollari ricevuti e da accordi di non divulgazione – anche questi ben re- munerati – che non permettono di parlare di quello che è accaduto con la stampa. L’ultimo episodio è di lunedì scorso, quando Kevin Systrom e Mike Krieger, i co-fondatori di Instagram, hanno lasciato la società. Le spiegazioni sono quelle – anodine – dei comunicati stampa preconfezionati: “voglia di vacanze”, “più tempo da dedicare alla famiglia”, ecc. Ma an- dando un po’ più a fondo si possono almeno intravvedere i veri motivi. Anzi, il vero motivo. Facebook è una macchina per produrre utili e una volta acquisite le applicazioni finisce la sperimentazione e inizia la «mungitura». Per Instagram questo ha significato la fine del «newsfeed» cronologico e lo sviluppo delle «stories» – le raccolte impermanenti come un mandala buddista – copiate da Snapchat e fatte per attirare il pubblico più giovane. In più l’arrivo – massiccio – dei contenuti «sponsorizzati», cioè della pubblicità mirata che è il vero motore del business di Facebook.

Prima di Systrom e Krieger se n’era andato, con più vis «polemica» anche Brian Acton, uno degli inventori di WhatsApp, venduta per 22 miliardi di dollari. Lui il motivo lo ha detto subito: troppe pressioni per monetizzare il servizio e poca attenzione alle esigenze degli utenti.

Analisi pubblicata sulla Gazzetta di Parma del primo ottobre